A lezione dalla Leggenda del Jazz. Intervista al grande Barry Harris

Già durante il suo ingresso sul palco dell’Eschilo per l’intervista ci si rende conto da subito che si tratta di un personaggio speciale nella sua unicità. Barry Harris è magnetico, tutto in lui, dal modo in cui si muove a quel suo modo quasi sussurrato di parlare, emana una luce ed una grandezza di altri tempi. Harris, l’ultima Leggenda Vivente del Jazz mondiale, è un uomo che non dimostra i suoi 84 anni, e tuttavia la sua incredibile esperienza di vita e i quasi 70 anni di attività musicale nel Gotha dei grandi jazzisti si trasmette immediatamente attraverso i suoi occhi e nelle sue risposte.

Durante la lunga intervista troviamo immediatamente la conferma all’opinione che ci eravamo fatti di lui nei primi minuti del nostro incontro. Barry Harris, in tutta la sua lunga carriera non ha mai perso la modestia e l’umiltà che sono qualità dei Grandi. Si siede al piano e incomincia ad accennare “Anima e Core” e in pochi minuti ci trascina tutti a cantarla insieme a lui, mentre continua ad impreziosirla di pennellate di jazz puro. Per lui esiste solo la Musica, anzi il Jazz, e la sua unica missione è insegnarlo a quanta più gente possibile. Non a caso lui stesso si definisce “a Messenger”, un messaggero della musica.

Prova ne è il fatto che, a 84 anni suonati, passa gran parte della sua vita in giro per il mondo tra concerti e seminari, e quando non viaggia fa lezioni nella sua casa di New York ai suoi studenti al prezzo incredibile di 12 dollari l’ora: “Era il prezzo che chiedevo quando decisi che avrei speso ogni giorno della mia vita all’insegnamento del Jazz e non ho motivo di aumentarlo” dice sorridendo con una naturalezza disarmante “Il Jazz è un messaggio e io sono il messaggero e sento di avere il dovere di trasmetterlo alle giovani generazioni finchè ne avrò la forza. Quando ho iniziato a suonare non mi aspettavo di diventare ricco. iniziai perché amavo la musica e decisi che questo sarebbe stato ciò che avrei fatto per il resto della vita”.

E si illumina quando si parla del “BeBop”, il genere che lo ha reso famoso e che continua a suonare instancabilmente da quasi 70 anni. Nel mondo lo chiamano “il custode della fiamma del bebop”. Un genere che nelle sue mani è diventato storia ma che ha rischiato di spegnersi con l’avvento dei nuovi generi musicali e dei nuovi stili jazz dalla metà del secolo scorso in poi, ma che, grazie anche al suo operato, arde ancora forte.

Non ci va giù tenero Harris con i nuovi stili del Jazz, per lui il Jazz vero è quello che si è formato e cresciuto negli anni ’40 e negli anni ’50: “il resto sarà buona musica, ma non è Jazz” dice, anzi sorride quando gli chiediamo che ne pensa della scena jazzistica odierna: “Jazz moderno? Io sono moderno! un giorno passeggiavo a Central Park e ascoltando un gruppo musicale durante una Jam Session storsi un po’ il naso. Uno di loro mi disse “Hey Vecchio, non ti piace il Jazz?” e io risposi semplicemente “Io sono il Jazz”, poi mi misi al piano e gli feci capire cosa intendevo”.

Ascoltare Barry Harris ti regala la sensazione indescrivibile di trovarti catapultato in un viaggio nella storia del Jazz, ti racconta aneddoti che riguardano mostri sacri come Bud Powell, Cannonball Adderley, Dizzy Gillespie, Dexter Gordon e Coleman Hawkins e riesce a farti sognare jam session da sogno che nessuno potrà mai più ascoltare, come quella volta che, durante gli anni ’70, insieme a Thelonious Monk, con il quale divideva la casa nel New Jersey a Weehawken, improvvisarono un pezzo, un chorus per uno, per oltre quattro ore senza fermarsi mai. Un pezzo straordinario che resterà solo nelle fantasie dei tanti appassionati del genere ma che non fu mai registrato o riproposto.

È un romantico Barry Harris, e da buon romantico ama la musica classica e riconosce che il jazz si è ispirato a J.S.Bach ea F.Chopin. “Per amare il Jazz bisogna apprezzare la musica classica, studiarla a fondo, capirne le strutture –dice- solo allora potrai suonare del buon Jazz”.

Ma come definirebbe il Jazz in una sola parola gli chiediamo, ci pensa un po’ ma poi ci risponde sicuro: “il Jazz è grande, ma è anche semplicità, il Jazz è vita”.

Gli chiediamo del seminario che in questi giorni sta portando avanti nella nostra città, grazie al lavoro instrancabile di Loredana Melodia, direttrice artistica del Gela Jazz Festival, gli si illuminano gli occhi: “ho una classe stupenda, allievi svegli con i quali giornalmente riusciamo ad alternare momenti di intensa concentrazione nell’esercizio pratico e nella teoria a momenti più “spensierati” nel suonare insieme e nello scambiarci racconti sulla nostra vita”.

Barry Harris è tutto questo, una Leggenda del Jazz ed al contempo il “professore di musica”che tutti i musicisti vorrebbero avere, dotato di grande umanità, umiltà e semplicità. Non a caso tutti gli studenti del seminario sono concordi  nell’affermare che apprendere da Barry Harris è un’esperienza unica, fantastica e indimenticabile.

Chiudiamo l’intervista chiedendogli dell’impressione che ha avuto da Gela e dalla sua gente: “Per me è la prima volta in Sicilia, e a Gela -ci ha detto- ho trovato della gente meravigliosa, gente che ama e che sa farsi amare. Gela è una città che mi resterà nel cuore e, se Dio vorrà, sarò felice di tornarci l’anno prossimo”.

L’appuntamento con Barry Harris è per stasera alle 21.30 al Teatro Eschilo per un concerto, unica data del Sud Italia, che si prevede già indimenticabile.