Quei vecchietti della PFM

Alla fine mi convinsi  e mi imbarcai in direzione Catania alla volta del Metropolitan, in fondo un concerto è sempre un concerto e, seppur avessi poca voglia di andarci, mi sarebbe pesato di più non averlo fatto.

La PFM  ha sempre stuzzicato i miei pruriti musicali, fin da quando accompagnarono il n.10 della Musica italiana (per usare una metafora calcistica), il grande  Fabrizio de Andrè. Ora non me ne voglia il buon De Andrè, ma le sue canzoni arrangiate dalla PFM hanno reso storici molti dei suoi brani, facendogli prendere vita, piuttosto anzichenò, e ho sempre ricercato altri brani e altri concerti con questi fuoriclasse sullo stesso palco, salvo poi rendermi conto che fu un evento mai più ripetuto.

E tutto questo ben prima che sbocciasse il mio amore per il Prog.

Dunque mi dissi: “PFM: gruppo storico del Prog italiano e non, gruppo che accompagnò De Andrè in quel fantastico assaggio di paradiso, gruppo i cui componenti storici sono quasi miei coetanei…ma si, andiamo a sentirli!”

L’attesa fuori dal teatro odorava di corde di chitarra e di pelli d’asino, di plettri e di microfoni, e tutto intorno erano solo facce con occhi lucidi e dall’aspetto fremente. Si faceva fatica a farsi largo, così fatica che alla fine rinunciai: “cosa sgomito a fare – mi dicevo – se i posti sono riservati?”. Un ragazzino accanto a me, poteva avere 11 anni, mi guardava come a dire “e lei perché non sgomita?” mentre io rispondevo al suo sguardo chiedendomi “e tu cosa diavolo ci fai alla tua età ad un concerto di matusa?”. La risposta la ebbi da lì a poche ore.

Quando il gran sacerdote aprì le porte del teatro, la folla di fedeli si diresse verso il luogo sacro del palco, altare della Musica, e bastarono pochi attimi per capire che stavamo per assistere a qualcosa di cazzuto (si può dire?).

Le due batterie troneggiavano al centro della scena, scortate da due tastiere ai lati di esse. Ah no, ce n’era una terza poco sotto, accanto ad un violino e ad una chitarra acustica, ad un flauto e a delle percussioni, mentre più in là troneggiava imperioso il magico strumento a quattro corde. Anzi, era a cinque corde. No, a guardarlo bene le corde erano sei, e gli faceva da contraltare una chitarra anch’essa a sei corde, ma meno spesse e più corte.

 

Ciccio Di Cioccio uscì con addosso bacchette in  ogni dove: dentro la cinta sul davanti, dentro la cinta sopra il culo, e in tutto questo saltava, ballava e cantava come un ragazzino di 49 anni (e non perché sia la mia età…), senza dimenticarsi di suonare la batteria.

 

Quello che accadde dopo non si può descrivere in un semplice post o con delle semplici parole.

La Musica non si può spiegare e non si può descrivere: la Musica è emozione, è sensazione, è pulsazione, è cuore e testa insieme. Talvolta è tecnica, talvolta è semplice flusso, talvolta ti fa sussultare, talvolta ti fa rasserenare. Non esiste nessun momento della vita che non sia legato alla Musica e non esiste Musica che non sia legata ad un momento della nostra vita. E tutto questo non si può spiegare.

E non si può spiegare cosa provai quella sera quando si rincorrevano chitarra e basso, quando il suono della batteria veniva doppiato dal suono della seconda batteria, o quando il violino disegnava ghirigogoli sonori degni di un dipinto di Matisse, divincolandosi tra le due voci e le due tastiere, ora mentre spiccavano, ora mentre venivano incorniciate.

Non avevo mai assistito ad un concerto con dei musicisti talmente bravi da portarmi a pensare: “ma cosa cavolo ho ascoltato io fino adesso?”

E dire che di concerti ne ho visti. E anche tanti.

La spremuta di Musica a cui assistetti produsse un succo di Prog di cui ancora adesso ne sento il sapore, e la perfomance di quei vecchietti terribili mi confermò ciò che penso da sempre: di Musica non si invecchia.

E quel bambino di anni ne aveva 67.