Una gita a Pompei

Si era subito capito che la vacanza promessa da Adrian Mabe non era come la immaginavano i quattro fricchettoni inglesi, i quali già pregustavano pizza, birra e mandolino all’ombra del Vesuvio con fumate collettive in onore del vulcano dormiente.

C’era già chi si lamentava, come il buon Nick, irritato dal fatto di aver portato il costumino e di non poterlo usare, visto che di mare non ne avrebbero visto manco l’ombra. Anzi, come prima tappa andarono alla Solfatara di Pozzuoli per girare le prime scene del docu-film e inalare le prime esalazioni.

“Ma io non ci volevo venire – borbottava Nick – io volevo andare al mare!”.

“Ma cosa vuoi andare al mare se siamo ad Ottobre!” La voce di re Roger echeggiò perentoria tra gli sbuffi dello zolfo, tanto che il buon Nick abbassò la testa e stette per tutta la durata della camminata a capo chino, fra gli sguardi di David e Richard che si stavano godendo a modo loro la gita fuori porta.

Al rientro a Pompei trovarono già la loro strumentazione montata al centro dell’anfiteatro, ma quando accesero tutto, nulla si accese.

“Mi sa che i nostri generatori di corrente non ce la fanno ad alimentare tutto – sentenziò Adrian, il regista”.

“Presto Nick, avverti qualcuno in città e fatti portare un altro gruppo elettrogeno – lo incalzò David”.

“E come lo avverto? Io non ci vado in città, sono già incazzato per il costumino” – Nick stavolta si era davvero arrabbiato”.

“Prendi il cellulare e chiamalo, invece di borbottare!”

Lo sguardo di Nick si perse nel vuoto, stava usando tutti suoi neuroni ma non riusciva a capire cosa intendesse Roger.

“Cos’è che devo prendere?” balbettò stupito Nick.

Niente da fare, Roger Waters era troppo avanti.

“Ce l’ho io la soluzione – disse il guru Richard – mandiamo qualcuno in paese e facciamo stendere un cavo di corrente dal Municipio a qui!”

“Cazzo ma se p..”

“Bellissima idea!” disse Roger interrompendo bruscamente Nick.

Tra andare a tornare, convincere l’amministrazione locale, stendere il cavo, riattaccare tutto, persero più di due giorni, due giorni tolti alle riprese e alla registrazione del live.

Quando tutto fu pronto, Roger notò la doppia cassa montata sulla batteria di Nick: “a che serve quella doppia cassa? Che ci devi fare?”

“Sentite, sire, io la doppia cassa la voglio, fa tanto figo e poi c’è tanto spazio, e poi se c’è si suona!”

Stavolta Nick gliele ha cantate. “Pensa per te piuttosto – insistette Nick – che hai portato quel gong ed è da stamattina che ci fracassi i timpani!”

Incurante di tutto ciò, il guru Richard cominciava a ticchettare sul SI della sua tastiera, insistente, ipnotico, solenne, e riecheggiava all’interno dell’anfiteatro come a voler ristabilire l’ordine. Il suono si ampliò, venne accompagnato dagli armonici e dalla chitarra del divin David, e i due suoni cominciarono a rincorrersi come i filamenti del DNA. Quasi senza disturbare entrarono il basso di re Roger e i tamburi del buon Nick, che ad occhi chiusi si lasciò trasportare da quell’aria mistica picchettando sulle pelli e sui piatti quasi fosse un massaggio. Il sole stava quasi per tramontare ma, prima che il rosso colorasse totalmente il cielo, la voce di David Gilmour si levò soave e vaporosa, e cominciò a narrare di quell’albatro che stava immobile sospeso nell’aria.

Chiuse aprendo le finestre e gridando quel nome, la cui eco si diffuse fino a mischiarsi coi suoni.

Dissolti quegli echi, nessuno degli altri tre voleva dire a re Roger di lasciar perdere l’idea di picchiare sul gong durante l’esecuzione della suite narrante La Battaglia e le sue Conseguenze: “almeno vai a tempo, Roger” sentenziò il guru.

L’Organo di Richard Wright aveva dato inizio alla battaglia, ma volendo “qualcos’altro” si era aggiunta la diade di Waters, con la quale a volte si alternava e a volte si accompagnava, per poi sparire entrambi nello sviluppo della battaglia fatta di un pandemonio sincopato, opera del picchiatore Mason che per l’occasione si era munito di ben due timpani.

Il “quasi silenzio” che ne seguì fu come un passaggio lento di fotogrammi che testimoniano la fine della battaglia e, quando si diradò il fumo di ceneri e polveri, le voci celestiali commentarono, sottolinearono e testimoniarono i morti caduti in battaglia, onorati da un lamento vibrante e sinusoidale.

I segreti furono spiattellati.

La sera riascoltando le registrazioni, ebbero momenti mistici di enfasi e godimento, consapevoli del fatto che ciò che era uscito fuori da quel pomeriggio oltrepassava il tempo, lo spazio e la percezione, ma non avevano ancora l’idea di ciò che sarebbe diventato quel concerto senza pubblico.

Re Roger, commentando una delle canzoni di quel vespro, si complimentava con il buon Nick per la voce con cui minacciava di fare a pezzettini non si sa bene cosa, preso dalla foga di violentare quei tom, quel timpano e quella cassa, anzi, quelle casse. Nick, dal canto suo, continuava a mangiare salsicce e a crogiolarsi in quei complimenti, mentre Richard era preso da uno dei suoi viaggi mentali e scarabocchiava musica su un foglio di carta, con David che lo stava a guardare e ripeteva con la sua sei corde ciò che egli scriveva.

Postulavano sul fatto che dovevano riempire il live con altre brani, ma non ci sarebbe stato abbastanza tempo per farlo nell’anfiteatro, così si decise di aggiungerli in seguito integrandole con delle riprese fatte in quei giorni.

L’eco di quel concerto senza pubblico divenne perenne, divenne storia, divenne leggenda.

Steve O’Rourke, manager del gruppo, colui che insinuò per primo il germe dell’idea, non vide mai quella perla, per via della sua scomparsa prematura.

Di parole da spendere per commentare il Live at Pompeii ce ne sarebbero molte e molte altre ancora, ma nessuna renderebbe meglio l’idea di mettersi lì, spegnere la luce e lasciarsi trasportare dalla magia di quei suoni, di quelle improvvisazioni visionarie e descrittive, di quei ritmi che ben presto entrano in risonanza col nostro corpo. E non come sottofondo, ma come attività principale.

Quella sera, prima di andare a riposarsi, re Roger pizzicava le corde del basso proiettato già ad anni di distanza più in là: “dobbiamo fare una cosa domani” disse con voce rauca e sgraziata.

L’indomani lavorarono su The Dark Side Of The Moon.