Io, Aretha e altri luoghi impossibili

Niente di eccezionale. No. no… io non sono una collezionista di vinili, non ho mai comprato un remastered di un vinile e ho avuto il mio primo lettore cd a 18 anni ma ..ma in compenso ho avuto un sacco di audio cassette. Casette a profusione ma la cosa più importante: due sorelle maggiori ma maggiori.

Se tua sorella maggiore frequenta l’università in una grande città facile che incontri tipi che potrebbero dirle che ascoltano jazz e la musica della Motown.  Facile che, come capitava  negli anni 90, ci scappi un “ti regalo una casetta.” Quella cassetta arrivò fino a me che avevo 12 anni e, non avrò avuto un vinile, ma una casetta sì.

“The best of Rhythm and Bleus.” Si chiamava così la musica della Motown e il titolo della cassetta.

Quando mia sorella tornava dall’università lasciava lo zaino in camera e io ci frugavo sempre dentro perché in qualche modo speravo mi avesse portato un regalo: ero la piccola di casa.

Quella volta vidi la cassetta, non era per me ovviamente ma non importa se hai 12 anni.

Metto la cassetta e la prima traccia dice :oh what you want, baby I goti t..

Chi è che canta? Cosa è quella voce? Voce sgraziata e perfetta, voce che veniva non da una gola ma da un petto dove ci batte un cuore, cuore che voleva solo quello: cantare e lei era Aretha Franklin.

Io sento Respect, quella era la canzone, fino alla fine e poi faccio rewind, come lo spiego ai giovani il rewind delle casette? Non lo posso spiegare ma durava la metà della canzone ecco,era una cosa bella perché si doveva aspettare. Aspettare.

La riascolto e la riascolto e fino all’indomani non ho saputo quale fosse la traccia numero 2 ma ne era valsa la pena. Per inciso la traccia numero due era “FaFaFa” di Otis Redding!

Inizio a cantarci dietro ad Aretha Franklin e mi piaceva. Io improvvisavo un inglese che per avere 12 anni andava benissimo e mi divertivo. Pure io volevo cantare. Cantare per me, per me e basta.

Aretha Franklin, è inarrivabile, che non si azzardino paragoni, non lo permetto. Aretha Franklin è la voce, pura, nuda e cruda. Non è Diana Ross, non è Nina Simone, lei ha nella voce una cicatrice più profonda delle sopra citate. Gli acuti di Aretha Franklin erano, e in qualche modo sono ancora oggi, graffi ma diversi di quelli di Tina Turner, sono graffi che sono ammaliare. Quelli della Turner posso anche ferire.

Le canzoni della Franklin erano cucite per la sua personalità da I’ve never loved a man a baby I love, diverse per intensità e contenuto, raccontano sempre la stessa persona e la stessa voce riesce pure a raccontare di sé angoli di cuore diversi e unici.

Cantare è un’arte che si deve indubbiamente in qualche modo studiare ma ha molto a che fare con se stessi, con quello che di noi sappiamo che di noi vogliamo donare.

Cantare è immediato, senza filtri, il microfono e il reverbero sono orpelli ma che non possono nascondere  la verità di una voce.

Cantare è comunicare e spesso viene confuso con l’apparire, perché si sa che il cantante si vede per primo e proprio per questo ha pure una responsabilità cominciativa che non  si può improvvisare, o c’è o non c’è e se non c’è bisogna che si scavi da qualche parte dentro di se stessi.

Aretha Franklin lo fa, lo fa sempre qualsiasi cosa canti anche a costo di essere “troppo”. Aretha Franklin mentre canta “See saw”,che non è per me un pezzone degno di nota, canta un po’ di se ed  generosa anche quando interpreta Rolling in the deep di Adele o Nessun dorma di Puccini.

Aretha è, voce del verbo essere. In una voce cercare sempre lo sostanza e non la forma.

Spero sempre che ogni ragazzina che ami la musica e voglia cantare abbia una sorella che lasci uno zaino in camera e che lei ci frughi dentro e trovi una cassetta della Motown e che la prima traccia sia Respect di Aretha Franklin, perché si impara da quelli lì, da quelli che cantavano il soul, l’anima.