NO NUKES

“Ma almeno lì ce l’hanno la birra alla spina? – chiese Bruce Springsteen quando Jackson Browne gli propose di suonare al Madison Square Garden – No, perché io devo berne almeno due prima di salire sul palco e ruggire con Born in The USA”

“Tranquillo Boss, tu quella canzone non l’hai ancora scritta”.

Jackson pronunciò queste parole con un tale sarcasmo che il povero Boss si mise in un angolino a buttar giù quel pezzo, in fondo il 1984 distava solo cinque anni…

Alla riunione del partito No Nukes, antesignano del No Muos, No Tav, No ponte e di tutti i NO nei secoli dei secoli, c’erano tutti gli attivisti progressisti di quegli anni che, in comune, avevano la Musica nel sangue e lo sgomento dopo l’incidente nucleare di Pennnsylvania del Three Miles Island. Erano guidati dal riottoso che aveva appena perculato il Boss il quale, dal canto suo, si presentò al Madison in grande stile accompagnato dalla E-Street Band, giusto per non passare inosservato.

La sala stampa per l’evento era gremita di giornalisti e affini, compresi i “figli” di Maria a cui era giunta voce che i MUSE avrebbero tenuto un concerto memorabile in quei due giorni di Settembre del 1979.

Jackson non parlò molto durante la conferenza, ma in compenso ogni tanto intonava degli acuti quando il clima si surriscaldava, e la sua fortuna fu che il mistico Graham Nash gli sedeva accanto e lo catechizzava a dovere, al contrario del romantico John Hall che invece lasciava che le cose facessero il loro corso. L’unica agguerrita della tavola rotonda era cocciu i’ focu Bonnie Raitt, che pensò bene di maltrattare un giornalista giusto per scaldare la voce prima di andare sul palco, reo “solo” di averla accusata di essere fuori posto, in quanto musicista, ad una manifestazione contro il nucleare. Il resto della platea dei giornalisti, a questo punto, capì che davvero quei concerti si sarebbero tenuti contro il nucleare e solo allora capirono che la scritta MUSE che capeggiava sui manifesti stava per Musicians United for Safe Energy.

I “figli” di Maria lasciarono la sala.

Ora provate a indossare dei pantaloni a zampa di elefante, una camicia a fiori o una maglietta colorata e attillata, provate a farvi crescere barba o baffoni e a cotonarvi i capelli (beati voi!). Fatevi prestare la Delorean dal Dottor Emmet Brown e impostate la data del 21 Settembre 1979. Adesso entrate al Madison, fatevi largo tra il pubblico, il fumo, la puzza di sudore di ascelle misto a profumo di adolescente e guardate verso il palco: quello che vedreste sarebbe James Taylor con i baffoni ancora sporchi di birra, John Hall, Graham Nash e la bellissima Carly Simon alle prese con una performance acustica a quattro voci, con controvoci e controcazzi, e tutto il pubblico indeciso se cantare assieme a loro oppure lasciarsi cullare da quella bassa marea.

Avete ancora gli occhi chiusi? perchè vi serviranno per l’assaggio di Prog che sta per regalarvi Graham Nash con la sua Cathedral, annunciata dall’Hammond che si diffonde e si fa largo tra i fumi facendoti scorgere delle improbabili vetrate trafitte dal raggio di sole del mattino, mostrandoti ciò che fino  a poco prima era celato dal buio; ti entra dentro, ti brucia, e quando pensi di esserti schiarito lo sguardo, non sai perchè, non sai come, non sai quando ti accorgi che il brano ha accelerato improvvisamente assieme al verso Troppe persone hanno mentito in nome di Cristo”, e adesso sei travolto da una sensazione mista tra sorpresa e voglia di chiudere ancora gli occhi per il solo piacere di provare ancora quella sensazione.

Non hai nemmeno il tempo di imprecare per la fine del brano perche l’immenso Gil Scott-Heron intona al piano una struggente “We almost lost Detroit” che ti fa scordare di stare in mezzo ad un formicaio e ti fa venir voglia di abbracciare la prima persona che ti trovi di fianco, uomo o donna che sia, perchè quelle note e quella voce non fanno distinzioni di sesso, di genere o di colore, ti trascinano dentro di sè e ti rendono partecipe del turbine di quelle note. E tu ti arrendi. Perchè ti arrendi. Pensi sia tutto finito ma Satana in persona scende al Madison e si impossessa di Tom Petty facendogli tirar fuori dal petto, dalla bocca e dal cuore una versione di “Cry to me” che mai orecchio umano aveva sentito, e tu lo vedi, tu lo senti mentre si strugge e si distrugge, mentre si contorce e morde quel microfono facendoti arrivare alle lacrime e te ne fotti se sei alto 1 e 90 e pesi 100 chili, cazzo tu piangi! Perchè gli dei della Musica vogliono questo. Perchè tu lo vuoi!

Finalmente la E-Street Band del Boss e Jackson Brown danno un po’ di respiro all’animo, e con “Stay”  si divertono e riconciliano il cuore con la mente, il conscio e il subconscio, l’Io e il Super Io, facendo cantare e ballare gli ormai increduli e fortunati spettatori, testimoni di come la Musica unisca più di una partita di calcio.

Poco importa se sia veramente stata quella la successione dei brani, poco importa se sia veramente stata quella la successione degli artisti,  quello che alla fine rimane è la sensazione di aver condiviso un grande momento di musica e di aggregazione, di protesta e di unità di intenti, e ci si scopre più ricchi, più poveri, più uomini, più donne, ci si riscopre più sexy e più allegri, ci si riscopre in compagnia anche se sei andato da solo, ci si riscopre con gli occhi lucidi non solo per gli acidi o per l’erba fumata e ormai smaltita. Ti riscopri voglioso di provare ancora una volta una sensazione del genere, ma dovrai aspettare ancora sei anni e il progetto USA for Africa o il Live Aid, o vent’anni con il Live8, passato alla storia per un altro motivo.

E del “No Nukes” e del suo M.U.S.E. nessuno si ricorderà più.

Tranne chi scrive.