#44 | Per Chris Cornell (di Glauco Marino)

Nessuno può capire cosa è stato il grunge se non lo ha vissuto sulla propria pelle, dentro le ossa. Nessuno può sapere quali significati quella musica ha avuto per le vite di quella generazione di ragazzi, cresciuti negli anni ’90, con la paura della guerra e il disagio della fine della loro infanzia dorata nell’era del boom economico e degli elettrodomestici, gli anni ’80.

Quello strano decennio orfano del rock. Checché se ne dica infatti, il grunge è stato l’ultima rivoluzione del rock.

Per tutti noi sono stati gli anni del Vieni come sei, del Profumo di spirito giovane, del Buco nero nel sole, del Giorno in cui abbiamo provato a vivere e del Sopravvissuto.

In Italia saltavano in aria i giudici antimafia, lo spettro della terza guerra mondiale aleggiava sulle nostre teste dai lunghi capelli e le rivolte politiche infiammavano le società. I 99 Posse cantavano Curre Curre Guagliò e Gabriele Salvatores vinceva l’Oscar con Mediterraneo. Dall’altro lato del mondo a Seattle, un pugno di ragazzi appena più vecchi di noi, cantava questo disagio e questa rabbia nei microfoni.

Le chitarre grattavano nei Marshall e i batteristi, che si pensava fossero defunti e sostituiti definitivamente dalle drum machine nel decennio precedente, tornavano ad essere idoli delle folle picchiando forte sulle pelli dei tamburi.

Quella musica ci fece sentire tutti parte di qualcosa.

Nel 1991 uscirono contemporaneamente Nevermind (Nirvana), Badmotorfingers (Soundgarden), Ten (Peral Jam), Gish (Smashing Pumpkins). Ma anche Blood Sugar Sex Magic dei Red Hot Chili Peppers. E nel 1992 il primo album omonimo dei Rage Against the Machine, Dirt degli Alice in Chains e Dirty dei Sonic Youth. Qualcosa nel rock stava facendo crack dopo più di dieci anni. E l’alternative diventava mainstream facendo strage di anime fragili.

L’energia del grunge durò ben oltre lo stesso grunge, dopo gli anni 2000, quando il rock era definitivamente rifiorito e ramificato in crossover, nu-metal & co.

A me personalmente, il grunge aprì anche le porte della musica intera. Passata l’era dell’integralismo in cui o eri grunge o eri merda, e finivi per considerare idioti i fan degli Oasis e inguaribili nostalgici i metallari, crescendo scoprii praticamente tutta la musica esistente dal 1500 ai giorni nostri, e dio solo sa quanti milioni di dischi imparai a memoria, quanti ne consumai ascoltandoli centinaia di volte. Probabilmente se ho amato da Ornette Coleman ai Ramones, con tutto quello che ci passa in mezzo, lo devo anche a Cobain e gli altri.

Quando mi innamorai perdutamente del jazz, o del rock dei ’70, mi confrontai con un intero mondo di morti, di geni assoluti dalle vite dissennate e piene di dolore, passati alla storia con gloria e in giovane età, con poche eccezioni. Ma durante gli anni del grunge, i miei idoli morivano sotto i miei occhi, mentre tutto stava accadendo.

La morte di Cobain fu abbastanza scioccante, ero così piccolo. Ma fui molto triste, forse piansi qualche lacrima per lui e sicuramente mi commossi rivedendo l’Unplugged in New York su MTV. Ma era nell’aria, era qualcosa che si sentiva potesse accadere da un momento all’altro. Lo stesso fu per Layne Staley pochi anni dopo. Scott Weiland invece morì nel 2015. Erano passati vent’anni dall’era del grunge, ma la sensazione era la stessa di Kurt. Era una morte che poteva essere avvenuta anche nel ’96 e sebbene mi rattristò molto, la accolsi come una cosa quasi ineluttabile. Riascoltai Creep e Plush e coccolai il mio struggimento per la perdita di quella voce così bella e particolare.

Ma Chris Cornell.

Chris Cornell è morto il 18 maggio 2017, suicidandosi dopo un concerto dei Soundgarden al Fox Theatre di Detroit. Oggi, 26 maggio, si sono svolti i suoi funerali a Hollywood.

Non so dire perché, e forse mai ne sarò in grado, ma questa morte è stata diversa da tutte le altre. Sono abbastanza certo di non aver mai sofferto così tanto per una persona che non conoscevo personalmente. Piansi per Joan Mirò quando ero solo un bambino, ho sofferto quando ho capito che non avrei più letto parole nuove da Jorge Amado ed Eddie Bunker. Mi ha addolorato morto la morte di Prince, e anche quella di Bowie. Mi sono commosso per la perdita di Robert M. Pirsig, se anche sapevo da tempo che non avrei mai più letto un altro suo libro. Quando se ne è andato via ad aprile, aveva quasi 90 anni, ma era una specie di nonno, e quindi mi è dispiaciuto molto.

Insomma sappiamo tutti che l’arte ha il dono di toccare le anime e renderle vicine. Così si soffre per degli sconosciuti coi quali siamo entrati in contatto per mezzo delle loro opere.

Ma niente, a memoria, mi ha addolorato quanto questa perdita.

Non faccio che ascoltarlo in cuffia da giorni, e il godimento per così tanta bellezza è uguale solo alla pena. Un dolore straziante.

Chris aveva 52 anni. Era un artista, un filantropo e un padre. È sopravvissuto all’era degli eccessi autodistruttivi delle droghe, dell’alcol e della depressione. Erano passati secoli da quell’epoca che vide morire tutti quei ragazzi così giovani. E lui nel frattempo era diventato grande.

Aveva fatto dischi da solo, formato gli Audioslave, riunito i Soundgarden, sposato la donna della sua vita, fatto figli, creato fondazioni benefiche. Era un uomo adulto che sembrava aver trovato la sua pace, il suo equilibrio. Ed era un cazzo di artista gigantesco.

Queste considerazioni vengono dal fatto che il suo suicidio resta un gesto inspiegabile. Ma al netto di questo fatto, se fosse morto investito da un’auto o per colpa del cancro, forse la mia sofferenza non sarebbe molto diversa.

Sarà perché la sua morte ci ricorda che stiamo diventando vecchi, o le ragioni sono altre, ma ho compreso senza equivoci che il mio dolore è comune davvero a tantissimi fan ovunque nel mondo. Tutti siamo rimasti colpiti e devastati allo stesso modo.

La notte in cui Chris se ne è andato via, e i giorni successivi, ovunque c’era un concerto nel mondo, gli artisti gli dedicavano tributi. Artisti di ogni età e genere. Dagli Aerosmith a Nora Jones, alla quale è toccato di suonare proprio al Fox Theatre di Detroit un paio di sere dopo l’ultima esibizione dei Soundgarden. Ne ho guardati a bizzeffe, mi è piaciuto molto quello dei Living Colour che hanno suonato Blow Up The Upside World in modo estremamente toccante. La rete è stata praticamente inondata di messaggi di cordoglio e di sgomento, da ogni parte del mondo, celebrità e semplici fan.

E oggi, al suo funerale, c’erano proprio tutti. Grohl e Novoselic, Jeff Ament, Dave Navarro, Tom Morello e Tim Commerford, Jerry Cantrell, Taylor Hawkings, Courtney Love, Billy Idol, James Hetfield, Lars Ulrich, Gavin Rosdale e Pharrel Williams. E pure mezza Hollywood, Brad Pitt, Josh Brolin, Jeremy Renner, Christian Bale e James Franco. Mancava Eddie Vedder, ma c’è da capirlo.

Ho guardato distrattamente quelle foto e in quei volti celebri riconoscevo la stessa smorfia di dolore dipinta sul mio e su quello di tutti i fan nel mondo. Il dolore è uguale per tutti.

Ne viene fuori il ritratto di un uomo adorabile, oltre l’artista. Di una persona che si è fatta amare molto, che ha dato molto amore alle persone intorno a lui.

Dave Grohl e Krist Novoselic dissero che una delle ultime volte in cui suonarono con Kurt, venne Chris Cornell e gli portò Superunknown che sarebbe uscito di lì a poco, più o meno in contemporanea con il colpo di fucile che mandò in frantumi il cranio di Cobain. Mise su il disco e ascoltarono Black Hole Sun e rimasero senza parole. Era la cosa più bella che avessero mai sentito e sapevano che nessuno in tutta la scena di Seattle e in tutto il fottuto mondo avrebbe potuto partorire una roba come quella se non i Soundgarden. Era la sintesi perfetta tra i Beatles e i Black Sabbath.

Del resto anche Cobain disse che l’unico gruppo di Seattle che amava erano i Soundgarden e dopo anche i Tad. Sappiamo tutti anche ciò che disse dei Pearl Jam, e io ancora oggi credo avesse ragione, ciò non toglie che mi piacevano i Pearl e per fortuna Cobain e Vedder fecero pace. Ma nessuno era come Chris Cornell e anche tutti loro lo sapevano.

E ora il passare dei giorni non attenua la pena di noi tutti ex Generazione X. Ho sentito qualche vecchio amico al telefono, proprio come si fa usualmente quando muore un parente o un congiunto. Tutti mi dicevano le stesse cose. Tutti avevano pianto, tutti ascoltavano Chris dalla mattina alla sera, tutti non avevano più trovato pace dal momento della notizia in avanti.

Per chiunque è stato grunge nel suo passato, niente suonerà mai come quella roba.

È vero, le opere dei grandi artisti riecheggiano nel tempo rendendoli immortali, ma io riesco solo a pensare al fatto che Chris non c’è più. La sua musica resta, sì, ma la sua anima tormentata e meravigliosa non è più tra noi. Le sue mani non toccheranno più chitarre e non scriveranno nuove canzoni. La sua voce non canterà più.

Se Cobain era stato il leader indiscusso e idolo assoluto di quella assurda rivolta da disagiati, Chris Cornell ne era stato il pastore, il portavoce ultimo, il monumento, trascendendo etichette e generi ed elevandosi a icona del rock puro.

La voce di una generazione se n’è andata e forse si è portata via anche tutta la generazione intera, come l’acqua da un lavandino. Tutti i mostri, demoni, fantasmi e paure dei teenager dei nineties. Ma anche le loro gioie e i loro amori, i sospiri e i sogni. Ecco forse è anche per questo che la morte di Chris è così dolorosa. Perché con lui se ne va per sempre un pezzo di noi, ma questa volta è un pezzo troppo grande, per cui quello che resta sembra adesso così piccolo da risultare insignificante.

Goodbye darling boy. Thank you Mr. Cornell.

Glauco Marino