“Pazzo per il Vinile”, storia di un disco che continua a girare

Ok, lo confesso. Sono uno di quelli che in questi anni è tornato a comprare i vinili. Ma non l’ho fatto per moda, né tanto meno per una sorta di snobismo radical-chic.

Chi, come me è nato e cresciuto negli anni 70, sa benissimo che esiste un solo ed unico modo per “possedere” fisicamente la musica, per sentirne il profumo…e il calore “sporco” ed inimitabile del suono.

 

Non sono per il vintage a tutti i costi, adoro Spotify o Deezer, e li uso anche parecchio…ma nulla mi può dare la stessa emozione di contatto come l’acquistare, spacchettare ed ascoltare un disco.

 

C’è una poesia particolare nell’ascoltare musica da un vinile, ed è tutta racchiusa nel rituale di preparazione che precede l’ascolto…la delicatezza con cui tiri fuori il disco dalla custodia e lo adagi sul piatto…la puntina che lentamente scende…quel fruscio come preludio al brano…e poi finalmente la musica…un rapporto fisico vero e proprio tra te e la canzone…Molte passioni lasciano tracce, quella per i dischi invece ti lascia dei solchi, come quelli impressi sul disco…perché il vinile è calore……è vera poesia.

 

Non credete a chi vi dice che il vinile è il supporto che suona meglio. Queste sono cazzate da radical-chic (gli snob modaioli di cui vi parlavo prima). In realtà la qualità complessiva del suono è inferiore a certi file da audiofili, ma ogni disco ha un suo sound irripetibile, morbido sui bassi, dolce sui medi e aperto sugli alti che spazza via anni e anni di compressione selvaggia delle tracce.

Non troverai mai la dinamica di un Live su qualsiasi supporto digitale tu possa ascoltare. Il sudore della sala prove, l’energia di un concerto, il dolore delle dita consumate sulle corde stanno tutti lì, incisi su quel disco di plastica nera, sepolti tra i solchi, pronti ad essere “resuscitati” dalla puntina.

E poi c’è lei, la polvere…ogni singolo granello che si insinua tra le incisioni influisce sulla musica, la cambia, rendendo l’ascolto ogni volta unico, una magia che si ripete, diversa, ad ogni ascolto.

E se la puntina salta…anche quello fa parte del prodigio, perché ti costringe a diventare parte di quell’esecuzione, mentre cerchi di riequilibrare il tutto, magari mettendo una moneta sulla puntina o mentre provi a regolare il bilanciamento posteriore del braccio.

E così ti senti anche tu protagonista di quel brano, parte integrante di esso, magari insieme a Miles Davis che soffia nella sua tromba o a Jimi Hendrix che fa cantare la sua Fender.

E infine…il prodigio nel prodigio. Un disco suona anche senza volume. Hai mai provato a poggiare la puntina e a farlo girare? Anche con l’ampli spento, basta avvicinare le orecchie al piatto e sentirai quel suono lontano, come quello di un grammofono di altri tempi…e capirai che la musica ha un luogo fisico…reale…ed è proprio lì, ad un passo da te. Puoi guardarla, ancor prima che ascoltarla.

La musica suonata da un disco ti obbliga ad averne rispetto, perché non la puoi skippare o downloadare selvaggiamente come si fa con gli mp3  o con lo streaming. La ascolti e basta, con riguardo ed attenzione.

Ecco perché per me i dischi sono sacri.  Cose preziose che vanno custodite, che non si vendono e non si scambiano,  ma che tutt’al più si regalano…per consentire a chi si vuol bene di condividere un attimo di magia, di tornare a possedere la “Musica”.