Empty Bed Blues: musica e dintorni.

Vedere via Etnea pregna di luci, di movimento, di bicchieri che si svuotano e di calici che cozzano in brindisi spensierati e addentrarsi nelle viuzze adiacenti facendo una sorta di gimkana tra i tavoli colmi di spritz e birra, alla ricerca del localino in cui avremmo dovuto assistere ad un live music “diverso” e inusuale. Odoravo l’aria per meglio imprimere quelle sensazioni nella mia mente, quando fui interrotto bruscamente da “Tutta questa strada a piedi!” proveniente dalla persona al mio fianco.

 

 “Ma dai che andiamo a vedere un live con due ragazze che suonano, vuoi mettere?” risposi, cercando di incoraggiarlo.

Sì, ma non sarà un semplice live­ – riprese borbottando ­– perché ho sentito dire che mettono di tutto, da mostra fotografica a pittura fino ai libri, e se non hanno figure io non li leggo”.

In ogni caso avevo già convinto il mio amico Riccardo detto “Finestra” perché amante di Mick Jagger e Martin Scorsese…

Il locale lo individuammo subito: era quello col gobbo davanti l’entrata su cui erano raffigurate le due musiciste e la scritta “Empty Bed Blues”. Quando entrammo dentro, vedemmo le due musiciste con in mano un vinile di Bessie Smith e la cosa ci incuriosì parecchio: “è la vostra coperta di Linus? – chiesi – ”.

“Mettiti lì che ti racconto una favola: Empty Bed Blues è un brano contenuto in questo album – attacca Lunaspina (un nome più semplice no, eh?) – e descrive in maniera didascalica una fase della mia vita, caratterizzata da malinconia e riflessione interiore. Un nome perfetto per un progetto basato, almeno agli esordi, su un vuoto interiore, riempito via via dalla musica, dai libri e dal cinema. Praticamente combattevo “i diavoli blu” con l’arte della Musica”.

“Così però c’è il rischio di ascoltare un prodotto già vecchio, tipico di locale fumoso newyorkese” la incalzò il Finestra con la sua solita delicatezza.

“La Musica è senza tempo se fatta con passione e se hai qualcosa da dire, trascende etichette superficiali di genere e di epoche”.

Il mio sorrisino sottolineò questa risposta di Lunaspina.

Poter uscire a qualsiasi ora, anche a tarda notte – aggiunge Flavia – incontrare sempre musicisti immersi in una jam: è questo il clima che si doveva respirare in quei locali fumosi newyorkesi di cui parli, il periodo in cui la grande musica del ‘900 si è affermata”.

Il mio sorrisino sfociò in un sogghigno.

Ma mentre mi guardavo in giro in cerca dei migliori posti a sedere, le stuzzicai dicendo:

“Aspettate, mi è sfuggito qualcosa: avete parlato di musica, libri, cinema, come si sposa tutto con un concerto?”

Mi guardarono con l’aria divertita e cominciarono:

Ogni cosa è una unione così totale di note, teatro, poesia e colori da essere un vero e proprio filo che collega il tutto – attacca Flavia mentre tira fuori la sua chitarra dal fodero – è come un fiume che lungo il suo percorso bagna ogni singola roccia sulle sue sponde”.

Ecco, Flavia ha reso bene l’idea: il percorso è unico, cambiano l’incedere e le sensazioni lungo di esso” – chiosò Lunaspina, la quale, notando la mia perplessità, aggiunse: “prendi il blu del Blues, colore della tristezza, mischialo col rosso, colore della passione, otterrai il viola, colore che prima non c’era, il colore della nostra musica”.

Per pudore, non dissi loro che il viola è il mio colore preferito.

E poi considera un’altra cosa – incalzò Flavia tenendo la sua chitarra dritta davanti a lei – a molti, se non addirittura a tutti, piace la musica, a molti piace leggere, e a molti piace l’arte come la pittura, la scultura, la fotografia. Ti è mai capitato di assistere ad uno spettacolo che ti offrisse tutto questo in una volta sola? Noi appaghiamo l’udito attraverso una scelta ben selezionata di musica non convenzionale; appaghiamo la vista, grazie agli artisti che collaborano con noi; appaghiamo la mente, grazie ai brani che recitiamo, editi e non editi, senza dimenticare che anche la stessa Lunaspina è autrice di un libro dal titolo “L’Iperuranio” uscito nel 2009”.

Le parole di Flavia mi investirono come un’onda oceanica, ma non del tipo tsunami che tutto porta e tutto distrugge, ma del tipo onda da cavalcare con una tavola da surf, io che non so andare manco sui pattini, anzi, manco sulle pattine.

“Dunque Lunaspina ha scritto pure un libro” pensai tra me e me.

Le vedevo armeggiare prese da cavi, amplificatori, chitarre e altre strumentazioni non convenzionali e sentivo Lunaspina, quasi sottovoce, confidarmi che in realtà lei non è manco siciliana, se non dalla parte dei genitori, ma da quando è a Catania ha scoperto che le storie di dominazioni, influenze, rabbia sorda e impotenza vigliacca, le appartengono. E ha scoperto di non volercisi rassegnare: “Sarà per questo – dice – che procrastino ancora una inevitabile partenza, lottando per portare in giro quello che sono, qui e non altrove. Almeno per ora”.

Mentre il locale si andava riempiendo, inevitabilmente la discussione scivolò sui vinili e sui concerti in generale, due delle mie più grandi passioni, e sentire Lunaspina parlarmi dei suoi dischi mi ha fatto sentire piccolo piccolo in confronto alla mia minuscola collezione, vista l’importanza di ciò che possedeva: mi ripromisi di continuare la discussione tra qualche anno. Intanto volevo proprio pavoneggiarmi con la quantità e la qualità dei concerti a cui ho assistito ma si stava avvicinando il momento dell’inizio del live: ormai i tavoli erano pieni e le bottiglie vuote, in attesa di essere rimpiazzate da altre da stappare.

Sentivo Flavia borbottare contro l’amica e chiesi cosa stesse succedendo.

“Ma niente – risponde Lunaspina – è che lei è troppo precisina e troppo intransigente, prende la musica molto seriamente e vuole che le cose siano fatte come devono essere fatte.”

“È che lei non ha proprio il senso del tempo – rispose Flavia alle prese con la tracolla della chitarra – e non parlo solo del fatto di arrivare sempre in ritardo, ma ha serie difficoltà anche nel non andare fuori battuta durante i live, motivo per cui distribuiamo strumentini al pubblico, nella speranza sappiano andare a tempo meglio di lei!”

Scoppiammo tutti in una fragorosa risata tanto che tutto il locale, ormai pieno, ci guardò come a dire: “…zzo ridete?!

Finalmente, dopo tante ore passate a provare in sala prove, con tanto dispendio economico e di risorse mentali, stavano per mettere sul palco il frutto del loro lavoro e dei loro sacrifici, che, purtroppo, non sempre viene valorizzato – ahimè – dai gestori dei locali, i quali hanno altre visioni e altre priorità, mortificando talvolta il musicista e l’artista in genere, pretendendo si esibiscano aggratìs o con al massimo consumazione e parcheggio.

Ma di questo non voglio parlare adesso.

Adesso mi metto comodo su quel letto vuoto e aspetto di sapere con curiosità di cosa verrà riempito.

“Qualcuno di voi ha visto il Finestra?”

Nessuna risposta.

Intanto comincia la musica, e il blu si mischia al rosso.