50 anni e non sentirli, buon compleanno “sgt pepper’s lonely hearts club band”

Di corsa, tutto di corsa: infilarmi la giacca di corsa, allacciarmi le scarpe di corsa, inforcare gli occhiali di corsa: sono già sudato ancor prima di uscire di casa. Eppure devo sbrigarmi perché la festa sta per cominciare. Faccio le scale veloce e sono già in strada, la gente mi guarda con aria interrogativa ma io ho troppa fretta di arrivare per tempo alla festa. Vedo già le macchine alternarsi davanti l’ingresso con gli sportelli aperti, da cui scendono tutti gli invitati. Il primo a scendere dalla macchina è Marlon Brando il quale, pur di arrivare per primo, fece all’autista una proposta che non poté rifiutare, seguito da Shirley Temple che con i suoi riccioli d’oro saltellava gridando “l’ho presa, l’ho presa” riferendosi ad una farfalla. O forse no. D’improvviso mi sembra di scorgere la sagoma di Oliver Hardy giocoso e gioioso come sempre, e poco più distante l’incedere elegante e sicuro caratterizzava l’avvicinarsi di Oscr Wilde. L’unico ad essere arrivato a piedi sembro proprio io e di questo me ne vergogno un po’, ma sono decisissimo ad esserci almeno per la foto di gruppo. Mentre faccio questi ragionamenti vedo arrivare ancora una macchina dalla quale scendono Fred Astaire e Norma Jeane Baker che per l’occasione, e per tutta la vita, si fece chiamare Marilyn Monroe, seguiti a poca distanza da Marlene Dietrich e Larry Bell. Non posso più stare lì fuori ad indugiare, decisi dunque di entrare e mischiarmi tra loro, stretto tra Bob Dylan da un lato e Albert Einstein dall’altro, mentre davanti a noi ci precedono Jung e Marx alle prese con un discorso esistenziale sulla psicologia dei pesci e il loro posto nella società: “così dovrei passare abbastanza inosservato” pensai.

I quattro baronetti sono vestiti in un modo davvero imbarazzante, ma nessuno ha il coraggio di dirglielo, e mentre arrivano gli ultimi ritardatari (tra i quali Livingstone, che si era perso in uno dei suoi viaggi, e non mentali), i presenti cominciano a prendere posto per la foto di copertina.

Sistemata la gran cassa, Biancaneve e il nano, l’improbabile bambola dalle quattro braccia, l’erba e i fiori da giardino, tutto è pronto per la foto di gruppo. Gli occhi si riempiono di quello spettacolo di uomini riuniti sotto un solo tetto e davanti all’obiettivo della macchina fotografica che sta per scattare una foto all’immortalità, e mentre mi godo lo spettacolo di quella visione sento un “pufff” e un bagliore seguì quel rumore sordo e ovattato: il fotografo ha appena scattato la foto. E io, perso nella contemplazione di godermi quello spettacolo,  mi dimentico di prendere posto in quel gruppo.

Quella foto attraversò il tempo, e da quel momento non fu più possibile scinderlo dal titolo dell’album che rappresenta, perché Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, per gli amici Sgt. Pepper, ha attraversato mezzo secolo e ancora oggi rappresenta un punto di riferimento musicale e una base dalla quale partire, una sorta di ABC della musica, in sostanza. È indubitabilmente l’album di musica pop-rock più importante mai pubblicato e lo è grazie al fatto che la sua valenza non è stata solo musicale, ma anche sociale. Dopo l’apocalisse hitleriana e quella atomica, infatti, c’è in Sgt. Pepper un’esclamazione di gioia e una dimostrazione di cosa significhi essere “vivi”.

“Abbiamo fatto impazzire i nostri tecnici all’epoca, – dice uno dei fab four, non so bene chi – per esaudire i nostri desideri. Il produttore George Martin e l’ingegnere del suono Geoff Emerick furono costretti a modulare, piegare, distorcere e plasmare gli strumenti dell’orchestra, giocando con le manopole del mixer e i nastri incollati a collage, tutto rigorosamente a mano. Sfruttavano i riverberi e gli spazi dell’ambiente cercando di esaudire i desideri di noi quattro e di entrare nelle nostre teste, tanto era l’esigenza di noi tutti”.

In realtà non erano proprio tutti uguali: John e Paul erano molto esigenti, con Paul sempre all’inseguimento della melodia perfetta e John sempre a chiedere qualcosa di “strano e di “diverso” per ogni canzone. E non solo non erano tutti uguali, ma non erano neanche “tutti”, secondo la leggendaria teoria del p.i.d. acronimo di Paul is dead, con la quale si narra che una sera Paul sia morto in un incidente stradale dopo aver raccolto una autostoppista. Ed è ancora leggenda il fatto che si sia deciso di sostituirlo con una specie di sosia pur di  non intaccare il successo del gruppo. Di fatto, Sgt. Pepper sarebbe il primo album senza Paul McCartney…

Ma in qualunque modo siano andate realmente le cose, quello che importa è l’eredità lasciata da quel capolavoro. Di grande innovazione è stata, infatti, la concezione di quell’album, vale a dire la negazione assoluta del suo concepimento come raccolta di singoli e riempitivi. Era tutto un percorso con dei temi ben definiti: è molto più di una somma di canzoni, sebbene l’idea di realizzarlo come un’opera completa, nella quale un file rouge lega tra loro tutti gli episodi, non venne effettivamente realizzata.

Oggi ti metti lì, prendi il tuo vinile (per quelli più fortunati), lo apri, tiri fuori il disco, lo pulisci, lo metti sul piatto, accosti la puntina e ai primi suoni di brusìo, di voci in sottofondo, di strumenti che si accordano, cominci ad andare indietro nel tempo quando un’orchestrina di epoca edoardiana comincia ad esprimere quei suoni che sono rimasti minimal ma maledettamente efficaci ed espressivi. Lo ascolti e ti accorgi che è come guardare, ad esempio, il film 2001 Odissea nello Spazio di Kubrick: sorridi e ti meravigli della tecnica e degli effetti speciali  primitivi, un “taglia e cuci” di pellicola fatto tutto a mano, pazientemente, fotogramma dopo fotogramma, ma ti sorprendi quando la magia misteriosa dei suoni e delle immagini ti colpisce, ti si imprime nella mente e non ti lascia più.

Questo album ha lo stesso effetto: sorridi per i suoni e per come ti arriva all’orecchio, ma tu vai oltre, tu ci senti la sontuosità di  With a Little Help from My Friends, tu ci senti gli arrangiamenti di Mark Leander in She’s Leaving Home, tu ci senti evocazioni orientali in Within You Without You con quel “tappeto” di sitar suonato da George Harrison, tu ci senti la solennità di un suono così immediato, perentorio e cangiante da farti provare tutto e il contrario di tutto. Tu ci senti Syd Barret e i suoi demoni nati dall’acido mentre ti descrive “i cieli di confettura” o la ragazza “con gli occhi di caleidoscopio” cantata in quella filastrocca delirante che è Lucy in the sky with diamonds. E non ti vuoi svegliare più.

E poco importa se alla fine, quando parli di questo album, il più delle volte, non ti viene in mente nessuna canzone in particolare perché sai benissimo che Sgt. Pepper oscura come nome, come titolo e come “altisonanza” qualsiasi titolo di qualsiasi canzone ci sia all’interno di esso.

I Beatles sono mutanti, sono prototipi di agenti rivoluzionari inviati da Dio e dotati del misterioso potere di creare una nuova specie, una giovane razza di uomini liberi e ridenti… I Beatles sono la più vigorosa incarnazione divina mai prodotta dalla razza umana”, per usare l’affermazione delirante dello psicologo-scrittore Timothy Leary.

Raggiunsero un tale livello di perfezione da decretarne la fine, portarono loro stessi ad una vetta così elevata che ormai non avevano altro posto dove andare, se non scendere. Ma al tempo stesso, erano talmente in alto che occorse molto tempo, e molte canzoni, prima che il loro percorso si concludesse e arrivasse quella fine.

Solo quando diventarono più famosi di Gesù…

Buon Compleanno, Sgt. Pepper.