Tra Vini e Vinili, un viaggio tra musica e sapori: “Pearl” di Janis Joplin feat. “Lamùri” di Tasca d’Almerita

C’è una sorta di filo rosso che lega il vino al vinile, un accoppiamento “devastante” se vogliamo che certifica con classe il trionfo della qualità sulla quantità, del “sapientemente invecchiato” sul “dozzinale 2.0”. E così, seguendo questa filosofia, ho deciso di  sperimentare questo viaggio sensoriale armandomi di calice, decanter e giradischi.

Avrei voluto scrivere d’amore, ed in un certo senso lo farò, perché sia il disco che il vino che ho scelto per questo viaggio trasudano amore ad ogni traccia e ad ogni solco.

Davanti a me c’è una bottiglia di “Lamùri” (mai nome più azzeccato) di Tasca d’Almerita, dono prezioso di una coppia di splendide amiche. Tiro via il tappo per lasciarlo respirare e mi dirigo verso il giradischi, sul piatto mi aspetta “Pearl”, forse l’album più importante dell’immensa Janis Joplin. Un disco del 1971 prodotto niente meno che da Paul Rothchild, lo stesso produttore dei Doors.

Lascio andare giù il braccetto e il disco comincia a girare mentre il rosso rubino di “Lamùri” comincia a colorare il calice.

Qualche secondo di attesa, interrotto dal fruscio della puntina sul disco e parte “Move Over”, un blues-rock  acido, tiratissimo, pestato, carico di energia. La batteria a scandire il passo e la chitarra a intonare la melodia sono solo il preludio alla voce di Janis che si spezza ad ogni frase, e fa esplodere il pezzo fin quasi ad incendiarlo.

Un arcobaleno di sensazioni, emozioni, sperimentazioni musicali, esaltate dall’anima “nera” intrinseca nella Joplin,  nera come il Nero D’Avola che adesso sto assaggiando, aggressivo all’inizio ma che si addolcisce  con le sue note di gelso e di mora.

E come nel calice si fondono aromi e sapori così sul piatto girano diversi generi musicali che si fondono tra di loro in un perfetto bouquet fatto di Acid-jazz, blues, rock, country e persino canti a cappella.

Neanche il tempo di gustare il secondo sorso che è già arrivato il momento di “Cry Baby”, il pezzo più famoso del repertorio della Joplin e, secondo me il migliore in assoluto.

C’è tutta la rabbia e lo smarrimento che trasudano da ogni nota e da ogni acuto, una lotta impari con il mondo che Janis affronta a viso aperto, cosciente di averla già persa. Una vera e propria catarsi che si sublima nel ritornello, urlato a squarciagola, finchè non resta solo il silenzio.

Mi verso un secondo bicchiere di Lamùri, ci gioco un po’, annusandone ogni singola nota floreale,  piccoli frutti rossi, more, ciliegie, accenni erbacei, dietro cui si nascondono spezie delicate cannella, alloro, vaniglia.

Un tripudio per il palato, mentre in sottofondo Janis canta “A Woman Left Lonely”, la voce urla, si strazia, si dispera. Ogni canzone è un cammino in cerca di redenzione.

Ed eccola la pace, arrivare con “Half-Moon”,  un classicone blues-rock, con percussioni alla Santana a fare da compagne di viaggio.

Scorrono le note e scorre anche il vino, e se qualcosa “Pearl” e “Lamùri” hanno in comune,  è proprio la struttura, forte in entrambi, rotonda e persistente, che ti obbliga ad utilizzare ogni senso a tua disposizione e magari ti spinge a scoprine il sesto.

Sul piatto sta girando “Buried Alive in the Blues”, l’unico pezzo strumentale dell’album. Leggenda racconta che Janis non riuscì a registrarci su la parte vocale a causa della prematura scomparsa. Brano di alta fattura ma paradossalmente manca terribilmente lei.

Mi verso un altro po’ di vino mentre una cascata di note di piano ed organo mi preannunciano l’inizio di “My Baby”, il pezzo più spirituale dell’album, un gospel reso immortale dalla voce grezza e roca della Joplin.

La nostra strada per la redenzione passa per la rivisitazione di “Me and BobbyMcGee”, che guadagna parecchio in fatalismo, per arrivare a “Mercedes Benz”. Una preghiera per sola voce e con le mani che tengono il tempo. Praticamente il suo testamento spirituale che si completa con l’eterea “Trust Me”. Qui Janis non urla più contro il mondo ma, in certo senso, quasi gli si concede, con estrema tenerezza.

Mi godo gli ultimi riflessi violacei che il rubino intenso di Lamùri mi regala attraverso la luce che filtra dalla lampada, mentre parte l’ultimo brano del disco. In “Get It While You Can”, la voce della Joplin riesplode, quasi epica, sospinta dalla forza dell’intera band che la sostiene e la innalza fino al cielo, dove tutt’ora, a distanza di oltre trent’anni, continua risuonare.

La puntina si stacca a malincuore dal disco, il calice si è appena svuotato, il nostro viaggio sensoriale si conclude così come era iniziato, lì dove l’ amore (anzi Lamùri) trova la sua quiete…dove la passione travolge i sensi. Una promessa… una storia, un vino…un disco, fino al prossimo viaggio…