“La Musica del diavolo”

“Su ragazzi, non siete gli unici artisti ad essere morti all’età di 27 anni, in fondo Robert morì nel 1938, e voi non eravate ancora nati”.

Mi guardarono con l’aria un po’ stravolta come a chiedere “e chi altro ci sarebbe oltre a noi?”

Intuendo i loro pensieri, mi permisi di dire: “magari non aveva la voce graffiante come te, Brian, o non era mancino come te, Jimi, e non era belloccio come Jim e Kurt, e sicuramente non era una donna come Janis ed Amy, ma è stato fondamentale per la scena blues, costituendo una base imprescindibile per intere generazioni di musicisti, da cui attinsero nel tempo i vari Muddy Waters, Bob Dylan, Rolling Stones e Led Zeppelin, giusto per citarne alcuni”.

Li vidi mentre si cercavano con lo sguardo interrogandosi con gli occhi, tra gesti di imbarazzo e rumore di tappi che saltavano dalle bottiglie di birra, finché Amy, la più “giovane”, esordì dicendo: “raccontaci di questo Robert”.

Mentre stappavo anch’io una bottiglia di birra, cominciai a raccontare di come il Blues venisse considerato come la musica di Satana, passionale e violenta, malinconica ed infuocata, e i bluesman, a loro volta, erano i figli del diavolo, quasi posseduti, costretti sempre a spostarsi e a nascondersi, come fossero perseguitati, esattamente come i loro antenati, vittime della schiavitù. Non so se Robert Johnson apparteneva a questa categoria, ma la sua storia c’entra in qualche modo con il diavolo e con le credenze portate dalla superstizione.

Nato nel 1911 nel Mississippi, da una relazione extraconiugale della madre, si sposò all’età di 17 anni e divenne vedovo l’anno dopo, acuendo quel senso di disperazione e di tristezza che già possedeva. Abbandonò dunque tutto e tutti andando alla ricerca del padre e deciso a diventare un musicista, e per questo importunava tutti i compositori dell’epoca per farsi insegnare note e canzoni.

“Sì, ma non ci hai ancora detto che strumento suonava” mi incalzò Brian.

“Suonava la chitarra – risposi io – ma era così privo di talento e la suonava così male che passò inosservato quel periodo, ritenuto persino fastidioso dagli altri musicisti”.

La parola “chitarra” attirò la curiosità di Jimi, il quale si avvicinò e chiese: “ma se davvero era così scarso, perché fu così importante?”

A questa domanda, tutti si avvicinarono e si sedettero davanti a me a formare un semicerchio, sotto lo sguardo infastidito di Ami che per prima aveva chiesto di questo strano musicista.

“Robert sparì dalla circolazione per molto tempo – ripresi io – subito dopo la morte della moglie, e nessuno lo vide più per oltre un anno, vagabondando pieno di dolore per il Mississippi. Quando riapparve, lo fece come fenomeno della sei corde, capace di incendiare le anime con la sua musica infuocata”.

“Aspetta un momento – mi interruppero in coro Kurt e Jim – come ha fatto uno così scarso a diventare così bravo a suonare in solo un anno?”

“E soprattutto chi è stato ad insegnargli così bene?” aggiunse Jimi.

“È qui che la storia si fa interessante – risposi sapendo di aver ormai catturato tutta la loro attenzione –  La leggenda narra che abbia stretto un patto col diavolo stesso, vendendogli l’anima in cambio della capacità di poter suonare la chitarra come nessun altro. A dare adito alla storia contribuirono anche i racconti dei vari musicisti che lo conobbero e che riferiscono della sua iniziale goffaggine nel suonare, per poi riapparire l’anno successivo, appunto, dotato di una bravura e di un’espressività tali da lasciare tutti allibiti…esattamente come voi adesso!”

Guardavo i loro volti, infatti, e leggevo nei loro occhi stupore e scetticismo, misto a curiosità di sapere altro ancora su questo misterioso musicista, ma non riuscivano a farmi nessuna domanda, al che proseguii il mio racconto.

È francamente difficile capire come abbia fatto in così poco tempo a ottenere un simile miglioramento. Sicuramente ha contribuito un incontro tra il bluesman e un misterioso uomo in nero che, si dice, una sera, allo scoccare della mezzanotte, gli propose lo scambio dell’anima per il talento chitarristico. Tuttavia, la tesi più realistica è che Johnson, perennemente vagabondo, alla ricerca di sé stesso e del vero padre, avesse nel mentre incontrato questo misterioso bluesman, tal Ike Zinneman, che ebbe a fargli da maestro. La stessa figura di Zinneman, inoltre, è velata da una patina di gotica credenza e mistero, in quanto si racconta di come amasse suonare nei cimiteri, in mezzo alle tombe, tanto che in molti vedevano in lui la personificazione del demonio. Ed ecco che a questo punto le due credenze si uniscono e prendono la forma di un patto demoniaco”.

Nell’aria odore di fumo di sigarette con poco tabacco. Sorrisi e andai avanti.

“Si incontravano sul crocevia di un paesino del Mississippi – ripresi – durante il suo vagabondare, ma una notte invece del maestro trovò, appunto, il diavolo. Da allora il musicista fu capace non solo di suonare divinamente ma anche di riprodurre alla perfezione canzoni che aveva ascoltato distrattamente alla radio, o in una stanza affollata e di suonare perfettamente la chitarra negli angoli delle strade o nei ristoranti, senza chiedere soldi in cambio. Nessun uomo avrebbe potuto insegnargli tutto quello che in poco tempo e in circostanze misteriose aveva appreso”.

 

“Ecco appunto, non si spiega comunque questo miglioramento significativo in un arco di tempo così breve” insistette Jimi.

“Eh mio caro Jimi…sicuramente non aveva il tuo talento – ripresi io – dunque non ti resta che tenere per buona la storia del patto col diavolo”.

La musica di Robert Johnson è un unico lancinante calvario verso l’inferno dell’anima. Egli canta di un mondo senza salvezza, senza possibilità di redenzione, dove i peccati sono il prezzo da pagare alla prepotente sete di soddisfare le intime pulsioni umane. La sua musica è un’affascinante ricerca del senso della vita, degli istinti primordiali che muovono l’individuo a tradire, uccidere, mercificare sè stesso. La soddisfazione per Johnson non risiede nell’ottenere queste riposte bensì nel vagare e lottare per ricercarle.

La musica di Johnson è il “pianto più straziante che si possa riscontrare nella voce umana”, per dirla con le parole di Eric Clapton.

 

Questa storia colpì molto i miei “27enni”, al punto che nessuno volle più commentare oltre, ma si misero a cercare, a cantare, a suonare la musica del diavolo, così come era definita, fino a riconoscerne una che spiccava su tutte le altre, quella “Sweet Home Chicago” resa celebre dal film The Blues Brothers.

Mi stupì la divina Janis che, mentre tutti gli altri stavano ascoltando e leggendo i testi di Johnson, lei, con la sua voce rauca, disperata, calda e maledettamente blues, cominciò ad intonare:

Early this morning,

When you knocked upon my door,

I said, Hello Satan,

I believe it’s time to go”.

Tutti capimmo di aver capito.

Quando stavo per lasciare quel luogo, mi accorsi che dietro di me si era formato un uditorio ben più vasto di quando cominciai a narrare, e riconobbi, tra gli altri, Prince Roger Nelson, David Robert Jones, Leonard Norman Cohen e Keith Emerson, e mentre cercavo di distinguere altri volti, di ricordare altri nomi, vidi che tutti assieme, quasi senza dirselo, si stavano preparando per una jam session.

Mi svegliai in quel momento.