Deh Delirium Tremens: la rinascita del Glam

Sono stato attirato da quel suono crudo, distorto, metallico, accompagnato da quella voce stridente che si insinuava nei timpani facendoli vibrare ora e ancora.

“Ma chi sono questi che suonano? – domandai al mio fedele amico Riccardo, detto Finestra –  andiamo a vedere”.

“Ma non lo senti che cantano in italiano? – mi sentii rispondere dal finestra –  a me non piacciono le canzoni in italiano”.

Per tutta risposta, lo mollai lì e mi diressi verso piazza Magione, da dove proveniva quella musica e mentre mi avvicinavo, lo sentivo gridare “aspettami!”

Lo aspettai, in fondo lui non conosceva bene Palermo, lo avrei ritrovato sicuramente al porto a chiedere informazioni, o peggio.

C’era gente con bicchieri di birra in mano e con magliette improponibili che si dimenavano sotto il palco, su cui troneggiavano cinque allegri ragazzi glitterati, con pantaloni di pelle attillati, jeans strappati e all’apparenza non stirati da almeno sei secoli; spille in ogni dove e trucco molto marcato. Sudavano sugli strumenti quasi in estasi, con il cantante che, con una benda all’occhio, si strusciava sul microfono guardandolo come fosse la prima volta che ne vedeva uno.

Riuscii ad ascoltare tre brani prima della pausa, brani intrisi di rabbia, sesso, amore ma anche di distruzione, disperazione e una latente insofferenza.

Durante la pausa non mi lasciai sfuggire l’occasione di chieder loro:

“Chi siete? Da dove nasce questa musica?”

“Ciao io sono lo Zingaro – mi rispose il singerbenvenuto a bordo del Deh Delirium Tremens”.

“Ma come? Avete un nome latino?” chiese il finestra mentre guardava il resto del gruppo.

“Eh si mio caro – riprese lo zingaro – cantiamo in italiano e non volevamo un nome inglese, e visto che c’eravamo…”

Ridemmo e offrimmo da bere a quei tipi eccentrici e, dopo esserci seduti su un marciapiede nei pressi del palco, ripresi la mia domanda: “Allora? Dove nasce questa musica?”

Sembrava che lo zingaro fosse quello deputato a parlare, e difatti cominciò:

“La nostra musica nasce dalla strada, da dove noi tutti proveniamo – cercò un segno di assenso negli altri – veniamo dai quartieri di una città come Palermo. Nel nostro ultimo album «Anime Distorte» cantiamo proprio questo, le difficoltà che incontra oggi un qualsiasi ragazzo figlio dei nostri tempi, difficoltà che noi stessi viviamo sulla nostra pelle, ci poniamo l’obiettivo di accendere la miccia della riflessione, dell’intuizione”.

“Sembra un discorso politico” obiettò il finestra mentre si rullava una sigaretta.

“Potrebbe sembrare, ma bisogna pur comunicare per seminare quel germe che genera fame e sete di curiosità e coscienza sociale”.

La risposta dello zingaro sembrò soddisfare il mio amico, il quale alzò il bicchiere in segno di brindisi.

“Ma perché tutta questa teatralità nel vestire e nel modo di cantare?” ripresi io dando uno sguardo a come erano conciati.

Il viso dello zingaro si illuminò e, tirandosi via i capelli dalla faccia (mannaggia a lui!), mi spiegò:

“Io vengo da quel mondo che è la chiesa delle arti,  il teatro, e ciò incide parecchio sul nostro percorso musicale: la costruzione dei testi, per esempio,  non è caccia alla rima, ma una vera ricerca della parola, della lingua, del suo ritmo interno, che è già essa stessa musica. E poi Eromad, Delirium, Ferox e Guisco, la mia ciurma al completo, riesce a ricamare sulle mie parole quell’intreccio sonoro che trasforma un testo in canzone, esprimendosi secondo la loro attitudine e il viaggio che hanno nella testa”.

Sembrava avesse finito quando aggiunse:

 “E comunque la parte magica è sempre quella dei live, dove a tutto questo si aggiungono le espressioni e il feedback dal pubblico”. Questo ci ha portati, tra l’altro, a essere tra i vincitori di Sanremo Rock nel 2015”.

“A però!” aggiunsi con stupore.

“Sì, ma tranquillo, la cosa non ci ha cambiati – si affrettò ad aggiungere – abbiamo visto dove corre oggi la musica… e abbiamo preso la direzione opposta!”

Scoppiammo in una risata sguaiata spenta subito dopo da un lungo sorso di birra.

“Perché definisci «ciurma» i tuoi compagni?” lo incalzai.

Amiamo i pirati, i viaggiatori e le carovane – fu la sua risposta mentre si toglieva la benda dall’occhio – e ai nostri abiti di scena diamo quel tocco cencioso di frange e foulard glitterati tanto da essere definiti Glam, ma è comunque un’accezione errata e riduttiva.

Mentre tutti finivamo di bere la nostra bottiglia di birra, il finestra sparò una delle sue uscite: “Ma il Glam non è morto ormai? Non fu soltanto un fenomeno di presenza scenica?”

Tra chi si rullava una sigaretta e chi apriva in successione altre bottiglie di birra, venne fuori ancora lo zingaro il quale rispose:

“Il Glam è come un conte Dracula tornato nella sua bara: sta solo riposando per uscire più rumoroso e glitterato di prima. È un’attitudine, un modo di fare e vivere che ti  porti addosso. E non è soltanto presenza scenica, perché, ad esempio, se pensiamo a David Bowie, ai T-Rex o allo stesso Renato Zero capiamo che è molto di più di questo”.

La pausa era finita, e si stavano preparando per la seconda parte del concerto, il quadrilatero di Piazza Magione era ormai colmo di gruppetti, sparsi qua e là, i cui discorsi stavano per essere spezzati ancora da quel suono crudo e da quella voce filtrante.

“Ciao ragazzi, noi salpiamo verso le Anime Distorte”.

Detto questo, si ripresero il palco e ricominciarono a sudare musica sugli strumenti.

E io, come al solito, mi persi il finestra.