Nick e Bobbi Ercoline: i due volti di una leggenda

Non appena si seppe che non si sarebbe dovuto pagare, mio papà si affrettò a fare un fagottino con dentro biscotti, acqua e frutta e disse a mia mamma di prendere quella cassettina in metallo tonda tutta colorata che teneva sulla mensolina sopra il frigo che, perennemente vuoto, era ormai diventato la cuccia del nostro gatto e anche il mio nascondiglio, quando riuscivo a camminare o a gattonare.

Quando hai un anno si sa, tutto sembra un gioco.

Il mio passeggino lo infilarono in  macchina appena presa in prestito dal vicino che era partito quella mattina con il furgone, anch’egli diretto verso Bethel Woods: “vuoi davvero che Nick se la prenda per averla presa in prestito?” ripeteva tra sé e sé mio padre, più come mantra che come rassicurazione.

La macchina, con le tappezzerie nere che lasciavano intravedere il colore beige originale, emanava odore di fumo e olio di motore, e tutto l’interno era un fiorire di pelo: pelo sul volante, pelo sulla tappezzeria, pelo sui sedili, persino pelo sul pelo, nel caso il primo strato si usurasse. Partimmo che era ormai il vespro e ben presto ci incolonnammo alla fila che proseguiva a passo di formica. Stanchi, sudati e affamati, arrivammo ad un incrocio pieno di macchine ferme sulla strada, ai lati e sui prati. Vedevo dal mio finestrino numerose tende da campeggio con dentro della gente che bivaccava.

“Da qui bisogna proseguire a piedi” sentenziò mio padre.

“Ma mancano 8 chilometri alla collinetta!” protestò mia madre borbottando.

Io, dal canto mio, ero tranquillo e beato perché sapevo che uno di loro doveva spingermi col passeggino. Una volta in cammino, cominciai a vedere, all’altezza del mio sguardo, i cofani delle macchine parcheggiate con sopra gente che dormiva o che mangiava, gente che prendeva il sole e persino gente che gridava nomi di qualcuno che avevano perso durante il cammino. Era una lenta e massiccia processione di uomini, donne, bambini e persino animali, vestiti con degli abiti di tutti i colori del mondo ed equipaggiati con bastoni, chitarre, coperte e asciugamani.

“Quello è il furgone di Nick” gridò mio padre.

Quel pulmino puzzava come un gabinetto di stazione ferroviaria alle sette di sera, e nemmeno i finestrini aperti riuscirono a far cambiare l’aria, che, d’altro canto, non voleva saperne di muoversi, ferma com’era a trasmettere calura senza sbuffi né spifferi.

Nick era poco più avanti, assieme a Bobbi, la sua fidanzata, che in mano teneva un bastoncino con una grande farfalla colorata gialla e rossa, diretti anche loro alla collinetta, assieme ad un’altra coppia di amici.

Si guardò bene mio padre dal dire a Nick che aveva preso “in prestito” la sua macchina, così ci unimmo a loro in quella lunga camminata verso la collinetta.

Giunti alla meta, fui catturato immediatamente dagli odori intorno, dal fumo di sigarette, dal fumo di quelle “altre” sigarette, dall’odore di fagioli e salsine che venivano ora da quel bivacco ora da questo, mentre l’aria calda e umida faceva venir fuori dalla terra odore di marcio e di bruciato insieme, e non sapevo se era davvero quello l’odore che sentivo o di quelle uova che riuscivo a scorgere qua e là.  Essere ad un’altezza di mezzo metro da terra non è poi così vantaggioso.

Bobbi e Nick si sedettero a terra proprio accanto a me, tanto che potei sentire Bobbi sussurrare a Nick: “guarda che bello: qualcuno con una chitarra qui, qualcuno che fa l’amore là, qualcuno che fuma una canna, qualcuno che vomita l’anima e il chiasso della musica di sottofondo”.

“È un bombardamento di sensi” disse Nick prima di baciarla.

Da lontano arrivavano gli echi del concerto con quei bagliori nel cielo che illuminavano la vallata e la nostra collinetta, con mamma e papà che armeggiavano canticchiando accanto ad un fornelletto (anch’esso preso in prestito), impegnati a scaldare qualcosa che assomigliava a del latte: “credo sia per me” pensai.

Pensai bene.

Stanco com’ero, mi addormentai quasi subito, cullato dalle voci intorno a me, dai canti stonati che allegramente serpeggiavano tra i vari gruppi, uniti a dei lamenti che non riuscivo bene a capire se fossero di gioia o di dolore.

Lo capii molti anni dopo.

Riuscii a dormire poco quella notte, per colpa di quella musica che si protrasse fino alle 4 del mattino. Quando mi svegliai il sole era già alto e tutto intorno era un via vai di gente che correva e si dava un gran da fare per organizzarsi per la notte successiva. Si percepiva quell’odore pungente di sudore e di piscio, manco fossero i mie vecchi pannolini. Vedevo corpi nudi, seni flaccidi chinati verso delle borse in cerca di qualcosa da mangiare, seni appena appena accennati simili a delle pesche, quelle stesse pesche che vedevo addentare qua e là, alcune da mangiare, altre da mordere. Uomini con il pisello di fuori intenti a rivoltare i calzoni alla rovescia, per poi indossarli e portarli come fossero nuovi, appena comprati. Di mutande nemmeno l’ombra.

“Beati loro” pensai.

Poco distante da noi c’era un laghetto che era diventato una lavanderia, un bagno pubblico e una piscina, con tutta quella gente rigorosamente nuda che veniva fuori dall’acqua dopo aver fatto un bagno ristoratore, centinaia e centinaia di corpi senza vestiti, uomini, donne e bambini (tranne io!) che si lavavano a vicenda, che lavavano i pochi indumenti che avevano. Potrei giurare di aver persino scorto della gente che si lavava i denti poco distante da dove un minuto prima qualcuno aveva fatto i bisognini.

“Deve essere questa la pace nel mondo” disse Bobbi ormai nuda girata verso Nick.

“Almeno è così che dovrebbe cominciare” sentenziò Nick mentre si liberava dei pantaloni.

Usciti dal laghetto, andammo tutti a riprendere le nostre cose e provare ad andare più vicino al palco. Nel tragitto Nick e Bobbi raccolsero una coperta abbandonata lì da non si sa chi.

“Anche loro prendono in prestito qualcosa” pensò mio padre, alleggerendosi la coscienza.

La sera arrivò presto e noi non ci allontanammo di molto. L’aria era più freschetta rispetto al giorno prima, si sentiva quasi la necessità di coprirsi. Ricominciò la musica, potente, tambureggiante, e di nuovo quei colori nel cielo, quel rosso, quel giallo: “Guarda Nick, sono gli stessi colori della mia farfalla” disse Bobbi guardando il bastoncino conficcato nel terreno.

Mamma e papà mi misero a terra su un foulard colorato di rosso, nero e giallo trovato da qualche parte. Vedevo altri bimbi della mia età, altri passeggini, tanti passeggini, vedevo donne con in braccio dei figlioletti molto più piccoli di me, non in grado ancora di camminare né di parlare. Vedevo ragazzini giocare con un aquilone, altri a rincorressi a cerchio e molti altri seduti a cantare non si sa bene cosa, mentre le loro mamme e i loro papà si dimenavano al ritmo della musica che adesso arrivava più forte dal palco. Molti avevano in mano delle bottiglie, altri una sigaretta o qualunque cosa fosse, li vedevo persi e immersi dentro a balli simili alle danze delle tribù indiane, disegnando figure con le braccia, con le mani, con il corpo, accompagnati dalla espressività dei loro sguardi. Era un’enorme danza collettiva in cui ognuno ballava per sè, ma se allargavi lo sguardo, ti accorgevi che tutto era armonizzato, tutto si muoveva sotto una invisibile e misteriosa coreografia.

Quando finì la musica, potei vederli accasciati a terra, stanchi ma felici. Vedevo gente ripercorrere con la chitarra quella giornata, altra intenta solo a fumare, e vedevo gente sdraiata su improvvisati letti intenti a fare l’amore, almeno così credevo, visto quelle mani che si rincorrevano lungo i corpi abbracciati e aggrovigliati, noncuranti della gente che gli stava attorno, anzi, più mi guardavo in giro e più ne vedevo di quei gruppetti, ansimanti e ansiosi di finire accasciati sfiniti l’uno sopra l’altro, l’uno accanto all’altro. Quella coperta trovata quel giorno da Bobbi, avvolgeva e nascondeva i due fidanzatini come un bozzolo, oltre il quale scorsi le sagome di mamma e papà seminascosti.

Finalmente mi addormentai.

Il mattino seguente ci sorprese la pioggia.

Ci fu un fuggi-fuggi generale, gente che abbandonava la collinetta per dirigersi non si sa bene dove, visto che nelle vicinanze non vi era nessun riparo dentro il quale rifugiarsi. Io, dal canto mio, ero molto divertito, la pioggia batteva sul mio passeggino a ritmo di musica e sembrava fosse tutta per me. Quando finalmente smise di piovere, la collinetta era ridotta ad un acquitrino, con pozzanghere e buche dappertutto. L’odore del fango sommerse tutti gli odori di quei tre giorni, e non si sentì più né l’odore di piscio, né delle sigarette e nemmeno delle uova marce: solo odore di terra bagnata, quello stesso odore che senti prima che venga a piovere e che permane dopo aver piovuto.

Quando di pomeriggio ricominciò la musica, la gente ormai stava andando via alla spicciolata. Molti erano esausti, molti erano allegri, altri erano taciturni.

Mamma e papà si stavano preparando per lasciare la collinetta: capii che quella gita di ferragosto stava per concludersi lì e mi guardai in giro cercando di catturare avidamente gli ultimi fotogrammi mentali di quella splendida tre giorni, finché il mio sguardo si posò su Bobbi, che si lasciò scappare un “ho freddo” mentre tremava e batteva i denti.

Nick raccolse la coperta trovata il giorno prima, se la mise sulle spalle e avvolse Bobbi in un caldo e affettuoso abbraccio.

Questo fu l’ultimo spettacolo che si stagliò davanti ai miei occhi. Nick e Bobbi stretti dentro la coperta accanto al bastoncino di Bobbi con la farfalla gialla e rossa.

Tutto intorno gente semi assopita, sdraiata, seduta,  pensierosa e stanca; inconsapevole della storia e della leggenda di cui erano appena entrati a far parte.

Era il 17 Agosto 1969, io avevo appena un anno.

Cinquecentomila persone si erano date appuntamento su quella collinetta di Bethel Woods qualche giorno prima per assistere ad una tre giorni di musica, dal 15 al 17 Agosto. Sforò fino al giorno dopo, in realtà.

Nick e Bobbi Ercoline furono gli inconsapevoli protagonisti dell’immagine di quel raduno hippy, con quella foto di loro due avvolti in una coperta cenciosa che diventò la copertina di quell’evento!

Nick e Bobbi, all’epoca ventenni, oggi hanno 68 anni, e stanno insieme da 48 anni.

Anche questo fu Woodstock.