Vent’anni senza Jeff Buckley, l’angelo del Rock che morì da “maledetto”

Sto qui alla mia scrivania, il pc acceso e un bicchiere con del ghiaccio che ammicca speranzoso alla bottiglia di Jack Daniel’s che c’è qui accanto.

Sul piatto gira un disco particolare, un disco che ha avuto il potere di cambiare l’approccio alla musica ad almeno sette persone su dieci che lo hanno ascoltato (perché probabilmente le altre tre sono sorde…)

Quel disco è “Grace”, l’unico Lp che Jeff Buckley riuscì a completare da vivo e che di fatto gli donò l’immortalità.

Non si può ascoltare Jeff Bucley senza tenere gli occhi chiusi, d’altronde è con gli occhi chiusi che si fanno le cose che regalano maggior piacere.

Il respiro si fa ritmico, nel vano tentativo di “accordare” il mio diaframma alla voce angelica che vien fuori dalle casse, il gusto affumicato del Jack Daniel’s subentra in bocca al color ambra che ho appena finito di ammirare, mentre il ragazzo dai capelli arruffati e gli occhi tristi canta la musica del suo personale paradiso.

Ho scoperto Jeff Buckley per una fortuita coincidenza, cercando un disco di Tim, il padre già leggenda del Folk-Rock statunitense.

Alla musica della vita ci si arriva così, quasi per caso…ricordo di aver ascoltato “Grace” tutto di un fiato e di aver pensato poi: “Come ho fatto finora senza…”

Nella musica di Jeff, puoi trovare tutte le influenze che hanno reso questo ragazzo speciale, dai Kiss a Patti Smith, da Bob Dylan a Lou Reed e, soprattutto, i Led Zeppelin. Proprio uno dei loro pezzi più famosi avrà un ruolo da protagonista nel giorno in cui Jeff lasciò questo mondo…ma ve lo racconterò tra poco.

Si, perché Jeff Buckley lasciò questo mondo troppo presto, come il padre Tim ucciso dall’abuso di droghe, come Kurt Cobain, Jimi Hendrix o Amy Winehouse. Stessa stirpe ma genesi diverse, perchè lui, Jeff non risponde affatto all’identikit della rockstar maledetta, è un angelo…non un diavolo.

E la sua musica è “angelica”, fatta di sussurri e arpeggi celestiali. Mentre scrivo, i pezzi di “Grace” si rincorrono nota dopo nota, una cavalcata agrodolce tra cielo e inferno, dominata dalle immani progressioni vocali di Buckley.

Finchè non arriva lei, “Hallelujah”, il pezzo che fu di Leonard Cohen ma che per noi quarantenni rappresenta a pieno la musica di Jeff Buckley, e che lui trasforma da pezzo fondamentalmente etereo e spirituale in qualcosa che è  fatta di carne che brucia e soffre in cerca di sollievo.

Un po’ com’è l’intera vita di Jeff, interamente caratterizzata da un “mal di vivere” che gli porta un animo inquieto e persistenti momenti di tristezza. Lo stesso “mal di vivere”  che subito dopo “Grace” gli aveva causato un lungo black out creativo che andò avanti fino al marzo del 97, quando Buckley decise di chiudersi da solo in studio di registrazione a Memphis, solo lui e la sua inseparabile chitarra.

Aiutato da questo eremitaggio artistico, in meno di due mesi Jeff crea una serie di demo unplugged che sono vere e proprie perle musicali. In fretta e furia richiama la band. Bisogna organizzare tutto per incidere il nuovo album…ma purtroppo non ce ne sarà il tempo.

La sera del 29 maggio Jeff e il suo roadie Keith Foti sono in viaggio su un furgone per raggiungere lo studio di Memphis dove la band è riunita per iniziare le prove.

Ma durante il tragitto sbagliano uno svincolo e si ritrovano sperduti su una strada sconosciuta che costeggia il Wolf River, un affluente del Mississipi.  Keith si ferma per consultare la cartina mentre Jeff decide di fare una nuotata per stemperare la tensione.

Entra in acqua completamente vestito, ha indosso un paio di jeans neri e una t-shirt  con su scritto Altamont, il famigerato festival californiano del 1969. Quello in cui gli Hell’s Angels (ingaggiati dai Rolling Stones come security) accoltellano un fan troppo agitato.

Ai piedi un paio di stivali Dr. Marten’s, la spiaggia è sporca, piena di vetri rotti, meglio proteggere i piedi.

Keith ha imbracciato la chitarra ed inizia a strimpellare il riff di “Whole Lotta Love” degli Zeppelin (ricordate cosa vi avevo detto…) e Jeff la canta a squarciagola mentre galleggia a pancia in su nelle acque nere del fiume.

Sono quasi le 20.30, quando a pochi metri da lì un rimorchiatore si fa largo da lontano sollevando una lunga onda di risacca. Keith si volta un attimo per sollevare la radio ed impedire che si bagni. Un solo attimo e Jeff non c’è più, sparito per sempre assieme alla sua voce d’angelo.

Partono le ricerche, polizia, cani, sommozzatori, di Jeff non c’è più traccia. Il suo corpo ricomparve il 4 giugno, intrappolato in un groviglio di rami a qualche chilometro dalla spiaggetta in cui si era immerso…aveva solo 30 anni.

Sul piatto sta suonando “Dream Brother”,  l’ultimo pezzo di “Grace”, il primo scritto da Jeff. Il testo è, come al solito pura poesia, supportata da un arpeggio iniziale, quasi orientaleggiante.

Il bicchiere di Jack Daniel’s è di nuovo vuoto, ammicca ancora alla bottiglia che lo guarda con aria sorniona, lasciando per aria una promessa che presto verrà mantenuta.

La puntina si alza dal disco, Jeff non canta più, e non ci sarà più nessuno che canterà come lui. Cercate “Grace”, ascoltatelo e capirete il perché.