Chester Bennington e la sfida a sopravvivere.

Non ce ne siamo neanche accorti, eppure in un attimo sembra esser giunta la fine di un’era, quella segnata da una delle band più suggestive del panorama rock e metal degli ultimi 20 anni. Chi è nato negli anni 90 non può non conoscere i Linkin Park e la scia che hanno portato a lungo andare fin dai primi anni del 2000.

Oggi però la band e i loro fan da tutto il mondo si sono chiusi immediatamente in un lutto, fatto però di brani, testi e ricordi che essi ci hanno lasciato impressi durante la nostra adolescenza.

Il frontman Chester Bennington, da tempo soggetto ad una crisi depressiva condizionata anche dai precedenti abusi di droga e alcool, ha deciso di porre fine alle sue sofferenze. Non è quindi il semplice lutto a ridurre in pezzi ogni ricordo che la straordinaria voce del cantante americano ha reso indelebile, ma di fatto il suo suicidio, tra l’altro compiuto nel giorno del compleanno del suo anch’egli deceduto amico Chris Cornell, altra straordinaria figura della storia della musica.

Ognuno di noi non ha fatto altro che creare nella propria mente un’immagine di imponenza nei confronti dell’ormai scomparso cantante, un’idea di eroismo e di indistruttibilità. Eppure lui era un semplice uomo, con pregi e difetti, con errori e successi, trionfi e fallimenti. Era uno come noi, solo con più forza.
E cosa è stato lui per me e per noi? Cosa hanno simboleggiato i Linkin Park nella storia della musica?
Io che sono nato nel 1989 posso parlarvene in modo piuttosto approfondito.

Avevo 13 anni ed una febbre inopportuna per un periodo primaverile. Ero solo un ragazzino, magrolino e dall’aspetto molto più raggrinzito di uno tipico della mia età. E no, non capivo nulla di musica.

Era il 2003, e la mia cultura musicale era, purtroppo, ancora sconosciuta, limitata solo a quello che Tv e Radio potevano trasmettere. Dentro però, sentivo di non appartenere ad un semplice passaggio giornaliero di videoclip di artisti pop italiani e non. Mi soffermavo di più quando ascoltavo un brano dei The Calling come Wherever You Will Go, oppure All About Lovin’ You dei Bon Jovi, What’s My Age Again? dei Blink-182, e mi ero già sciolto anni prima a sentire Iris dei Goo Goo Dolls, brano ancora sconosciuto alla massa.

 

MTV non era un canale su cui mi soffermavo per più di 15 minuti, restavo solo per qualche videoclip, come I’m With You di Avril Lavigne o Can’t Stop dei Red Hot Chili Peppers. Al passaggio di un brano più commerciale sentivo di volermene distaccare, tornando su un semplice Italia 1.

Fu un video a catturarmi particolarmente, fatto di elementi ricalcanti figure tipiche di uno stile giapponese ma in un tono dark e cupo. Era Somewhere I Belong dei Linkin Park, un brano che trovai incredibilmente interessante, poiché non avevo mai sentito prima di allora un mix così affascinante di rap e hard-rock, niente che si spingesse alla durezza trascinante di un metal classico come molti però confondono.

La voce di Chester faceva da contorno alle strofe di Mike, figura dai lineamenti asiatici e dalla voce perfetta, più dell’ormai affermato e già stra-diffuso Eminem. Chester era l’espressione vocale che serviva al pezzo, l’urlo folle che esprimesse la rabbia necessaria a far comprendere, nonostante la mia non capacità di intendere subito le parole del pezzo, quello che il brano volesse trasmettere.

Da quel momento in poi aspettavo solo che il canale riproponesse il video per rivederlo, qualche mese più tardi per registrarlo anche, un gesto che credo sia passato per la mente anche a molti altri. Somewhere I Belong era entrata nella mia testa e non voleva più uscirne, ma non capivo chi fossero gli elementi di questa band, a che categoria appartenessero, quanti album avessero inciso, volevo solo saperne di più, e più di ogni altra cosa volevo comprenderne le parole.

Era come se fossi uscito dalla mia tana da eremita in cui il resto della gente attorno a me mi aveva rinchiuso. Ora ero a conoscenza di un nuovo mondo, affamato di esso e pieno di energia.

Feci quante più ricerche possibili, nonostante internet a quei tempi fosse un miraggio lontano che solo pochi potevano permettersi, e finalmente riuscii, dopo un annetto circa, a trovare più informazioni su quella band, insieme a tante altre su cui mi ero soffermato nel frattanto. Spiccavano molto i Blink-182 con quella I Miss You dai toni romantici e oscuri, i The Rasmus con In The Shadows (brano invecchiato fin troppo bene), fino ad introdurre poi i Green Day con il loro album più famoso, American Idiot.

I pomeriggi autunnali diventavano sempre più sognanti grazie a qualche brano che un buon amico poté passarmi in chiavetta, ritrovandomi nuovamente la voce di Chester, di Mike insieme al resto della band in nuovi pezzi come From The Inside, Faint e Numb, di cui successivamente mi ritrovai a visionare i videoclip imponenti che il solito canale MTV continuava a trasmettere nelle chart internazionali.

Lì fu il boom: i Linkin Park mi avevano colpito in pieno, facendomi correre come un matto affinché riuscissi a trovare gente con molti più brani, o addirittura un disco della band. Non conoscevo ancora nessuno da essere tanto alternativo da ascoltare un genere come il loro, dovevo girare tra le amicizie di quel periodo per riuscire a trovare qualcosa in più. Fu per un semplice caso che riscontrai delle amicizie su cui potei trovare delle affinità musicali. I Linkin Park erano tra queste e finalmente compresi molto di più sulla band. Ebbi tra le mani Hybrid Theory originale, lo ascoltai leggendo i testi e ripetendoli a memoria. Rimasi scioccato dalla precisione artistica su brani come In The End, Crawling, Forgotten ed A Place For My Head. Percepivo una pesantezza maggiore rispetto ai brani già ascoltati su MTV, e mi piaceva. Adoravo il modo straordinario in cui Chester esprimeva la sua rabbia, incitando altri a starsene zitti o ad andarsene via.

Meteora era il seguito necessario, ottimo su tantissimi punti di vista, quello che serviva, differente dal precedente, ma di altissima qualità.

Il mio stile di vita si adeguò a loro, iniziai a chiedere ai miei di acquistarmi solo felpe, preferibilmente scure, jeans larghi e scarpe basse, all star magari, portando sempre i loro dischi nel lettore mp3, con i loro brani andata e ritorno da scuola.

Chester stava diventando una voce nella mia testa, un simbolo di salvezza, esprimendo nei suoi pezzi quello che non riuscivo a dire, permettendomi di scatenare tutta la rabbia repressa, facendomi capire come essere forte nonostante allo specchio mi ritrovassi solo ad essere un ragazzino mingherlino di periferia. Era ormai chiaro che mi sentissi al sicuro, mi sentivo anche più forte di chiunque altro. Percepivo di aver assunto una personalità più resistente, di non avere più paura, di sapere sempre cosa dire. Era incredibile quello che poteva fare la musica, quello che quei 6 ragazzi mi avevano trasmesso, mi sentivo fiero ed incredulo allo stesso tempo.

 

Ci misero un po’ a realizzare un terzo disco in studio, circa 3 anni dal seguente, e quello che ne venne fuori era tutt’altra cosa, un lavoro diverso e più strano.

Non sembrano più i Linkin Park quelli di Minutes To Midnight. Neanche nel video di What I’ve Done riconoscevo più quella band che mi aveva conquistato e cambiato completamente il modo di vedere le cose. Chester sembrava voler simulare Bono Vox, e il video era più riflessivo dei precedenti, più schietto e diretto, ma non riuscivo comunque a rinunciare ai loro lavori. Erano canzoni stupende nonostante lo stampo differisse di molto dai lavori precedenti. Leave Out All The Rest ti catturava subito a primo impatto; Bleed It Out era il brano che non riuscivi a scrollarti mai più dalla testa, dannato magnifico ritornello; Shadow Of The Day era il tipico pezzo che avresti voluto ascoltare al sorgere dell’alba, perché l’assolo di Brad Delson vi stupisce ancor di più osservando il sole sorgere, fidatevi.

Minutes To Midnight era un nuovo, peculiare lavoro della mia band preferita, e non c’era alcun dubbio, era comunque un disco apprezzabile.

 

Col passare degli anni però, le mie tendenze mi spinsero su linee diverse, riuscendo ad identificarmi di più su un genere punk che nu’ metal, o hard rock, e durante quegli anni scoprii altre band su cui dedicarmi, ritrovandomi ad essere sempre più abile nel comprendere le note, i passaggi di batteria e le strutture dei pezzi. Erano gli anni degli Yellowcard, dei Good Charlotte, dei System Of A Down, dei Thirty Seconds To Mars, degli Slipknot e tanti altri…

Sentivo di non potermi più rinchiudere in una sola band o in un solo genere, dovevo ampliare le mie conoscenze, restando però fedele a quello che riusciva a farmi stare meglio di qualunque altro. Il punk era irraggiungibile, nessun genere poteva toccare la batteria veloce dei Blink, o i bestiali palm mute dei Sum 41, non c’era sfida, il punk era sopra ogni cosa, era la mia identità, nella forma di un basso, strumento che poi acquistai ed imparai a suonare.

 

I Linkin Park però non avevano più il solito stile, e nel 2010 ci fu un totale passaggio a nuovi generi tendenti più ai synth e agli effetti. Mr. Han sembrava aver preso la mano del gruppo e disposto una nuova direzione da prendere, stringendo le chitarre e il rap del buon Shinoda per dare più spazio a beat e suoni più pop sulla voce di Chester. Ma c’era Waiting For The End, un pezzo illustre in ogni cosa, dal testo alle note, dal video alla linea vocale incredibile. Tutt’oggi uno dei testi più belli che ho mai avuto occasione di leggere.“The hardest part of ending is starting again” ripete alla fine Mike. “La parte più difficile della fine è ricominciare”, una frase che non smetterò mai di ripetermi e che oggi ha un suo particolare significato.

Il loro ultimo lavoro in studio, One More Light segna un totale cambio di genere che comunque i fan non possono non approvare. I pezzi dispongono infatti dei migliori testi mai scritti dalla band e di un sound molto particolare, nonostante il timbro rock sembra essersi ormai disperso.

Chester sembrava essere la parte invincibile di ogni fan, e forse ora lo sarà davvero, perché ha fatto con la musica quello che un vero musicista dovrebbe fare. Non sentiremo più la sua voce in un nuovo pezzo, forse non sentiremo più parlare dei Linkin Park, forse è davvero giunta la fine come citava egli stesso in più brani della suddetta band. Chester se n’è andato, e con lui buona parte della nostra adolescenza, confermandoci appunto di essere diventati uomini e donne, pronti ad affrontare la più grande sfida della nostra vita, quella di non morire.

 

Perciò, con una spettacolare Papercut nelle mie cuffie, posso solo dirvi di non aver paura, che arriverà sempre un’alba dopo una lunga notte, che se un tale evento vi scuote, dovete solo alzarvi dalla sedia e dimostrare che non è ancora finita. Trovate nuovi stimoli come lo incitava Chester in quella canzone, metteteci rabbia, spingetevi oltre e fate qualcosa. Non restate fermi.

 

This is not the end, this is not the beginning
Just a voice like a riot rocking every revision
But you listen to the tone and the violent rhythm
And though the words sound steady something empty’s within them

 

Chester Bennington – 1976 – 2017