Cercare una risposta quando forse non ce n’è davvero una.

Riprendo un attimo il discorso sull’empatia, sui sensi di colpa.

Fondamentalmente ci sono troppe cose che non diciamo e troppe che abbiamo paura di ascoltare. Scappiamo da noi stessi, scappiamo dagli altri, scappiamo dalle voci nella nostra testa. Ogni strada conduce a qualcosa, anche il nulla è una direzione ed è quella che più mi spaventa. Perché provare a gridare da lontano e non essere comunque sentiti, quando da vicino si può dire la medesima cosa anche sottovoce? O come in certi casi, le si dice quando ormai è troppo tardi.

Dopo aver visto il concerto in memoria di Chester, alcuni sostengono che Mike Shinoda possa sentirsi in colpa, e a giudicare dalle parole di Looking for an answer, canzone scritta a otto giorni dalla sua scomparsa potrebbe essere plausibile. Benché la canzone sia incompleta, esibita dal vivo risulta esaustiva, con le varie pause e i respiri riuscendo a non piangere. Mike, la vera mente del gruppo, è riuscito a portare avanti uno spettacolo bellissimo e straziante al tempo stesso.

Quasi nessuno degli artisti presenti sul palco è riuscito a cantare bene, o almeno non come avrebbe cantato Chester. Nemmeno la splendida ed eterea Alanis Morisette riesce del tutto ad eguagliarlo in Castle of Glass, ma il suo nuovo dolcissimo brano Rest racconta perfettamente la prospettiva di un depresso, visto non come un codardo ma come un guerriero con tante voci in testa. E qui sì, qui c’è dell’empatia che mi ha sciolto.

Ma Mike Shinoda è quello che mi ha preso più di tutti, avrei voluto essere lì solo per abbracciarlo. Un essere umano che ha avuto la forza dinanzi al mondo di dirigere uno show in memoria del suo migliore amico e fratello, compensando il dolore con la consapevolezza che Chester avrebbe gradito e avrebbe voluto che si divertissero. Al centro del palco un microfono vuoto con l’asta ornata di foglie. Quando non è Mike a cantare le parti di Chester ci pensa il pubblico. Ed è dolce rivedere Mike sorridere dinanzi a quello che accade.

Vengono mostrati video di Chester che cazzeggia nei backstage e canta “A me piacciono gli unicorni e a te i lecca-lecca” e sfocia in una pseudo battaglia rap con Joe Hahn. Ci si avvicina verso la fine e una bellissima Talinda Bennington si avvicina a quell’asta e ringrazia tutti sentitamente. Talmente tesa che si scusa per essere costretta a leggere il discorso che ha cercato di memorizzare.#MakeChesterProud, #CelebrateLife e #FuckDepression sono hashtag che parlano da soli e Talinda ringrazia i fan per averli fatti girare. Dice: “Dobbiamo renderci conto che la nostra salute mentale è importante tanto quanto la nostra salute fisica.”

Quale sia il futuro dei Linkin Park ancora non è dato saperlo, ma credo fortemente in Mike e nel resto della band.

Questa storia in realtà mi fa un po’ paura, e non solo per la depressione in sé. Ho paura dei segnali che ci passano davanti e non vengono colti, delle opportunità mancate per fare qualcosa in più o per recuperare. Ho paura delle eventualità irreparabili e dello stare a chiederti che cosa avresti potuto dire, che cosa avresti potuto fare. Ma ognuno può cercare di fare del proprio meglio, basta solo decidersi. Per il resto, trovatemi voi le parole.